di
B.G.
Per Cielo, Terra, Inferno
Tu non avrai mai quiete, mai:
Fuggirò, inseguirai:
Notte e giorno rinnovano la fuga.
William Blake, dal Manoscritto Rossetti
Pulì accuratamente il coltello. Con l’unghia grattò via due macchioline di sangue rappreso sopra il manico. Si spostò sotto la luce della lampada della cucina e controllò la lama rigirandosela tra le mani. L’acciaio risplendeva di freddi luccichii.
Claudia posò il coltello nel cassetto del mobile, accanto agli altri, tutti perfettamente puliti e sistemati in ordine di grandezza.
Tutta la sua casa era perfettamente in ordine e pulita.
Si guardò il vestito. Una grossa macchia scura si era allargata sul davanti. La osservò, immobile per un lungo minuto. Improvvisamente si scosse.
Sbattendo contro il tavolo si diresse verso la camera da letto. Si spinse veloce, passò attraverso la sala e diede una rapida occhiata al corpo riverso sul tappeto. Avrebbe dovuto nasconderlo.
Più tardi.
Il pedale sbatté contro uno stipite e la sedia a rotelle si bloccò. Claudia perse l’equilibrio. Con un energico colpo di reni raddrizzò la schiena e si rimise dritta. Trasse un profondo respiro e aspettò che i muscoli si rilassassero.
Entrò in camera e si cambiò l’abito. Non faceva più fatica a mettersi e togliersi i vestiti. Anni di ginnastica l’avevano resa agile. E forte. Qualche tempo prima avrebbe impiegato mezz’ora a compiere quelle stesse operazioni. Si sarebbe mossa con difficoltà, tentennando. Ora non era più così.
Raccolse gli indumenti in un mucchio e tornò in sala. Il camino era acceso. Passò di fianco al corpo e gettò l’involto sul fuoco.
Rimase ferma a contemplare le fiamme che s’inghiottivano i tessuti. Un leggero fumo si sparse per la sala, ma lei parve non farci caso. Gli occhi fissavano il fuoco danzare.
Quando il vestito fu ridotto in cenere, si spinse indietro. La ruota della sedia a rotelle si bloccò contro qualcosa. Voltò la testa e vide che quel corpo steso a terra la stava intralciando.
Era giunta l’ora di sbarazzarsene.
Si chinò sporgendosi e con fatica afferrò il lembo del pesante tappeto di lana che gettò sul cadavere. Per una frazione di secondo, prima che venisse coperto, scorse il viso dell’uomo. Era pallido, con gli occhi spalancati in una sorta di stupore finale. I radi capelli bianchi erano spettinati e dalla gola squarciata era uscito il fiotto di sangue che le aveva sporcato il vestito.
Era venuto per portarla via. “In un posto bellissimo. No, non è una clinica. E’ una specie di albergo con tutte le comodità”, le aveva detto poco prima di stramazzare a terra con la gola recisa.
Una specie di albergo.
Bell’eufemismo per descrivere un ricovero di lunga degenza.
Claudia cercò di trascinare il corpo dell’uomo ma non riusciva a spostarlo senza rischiare di cadere. Non ce l’avrebbe fatta. Chiuse gli occhi e strinse i pugni.
Avevano ragione, non riusciva a cavarsela da sola.
La freddezza che l’aveva sostenuta sino a quel momento si sciolse in lacrime di rabbia.
Rimase per un po’ così, gli occhi e i pugni serrati, le lacrime che gocciolavano sul vestito pulito. Ogni tanto tirava su col naso.
Quando capì di stare meglio, riaprì gli occhi. Osservò la massa informe sotto il tappeto. Una specie di albergo. Avevano sempre cercato d’imbrogliarla.
Prima con quella loro falsa sollecitudine, poi con un ipocrita moto di protezione. E ora quel goffo tentativo di mettersi a posto la coscienza spedendola in un ricovero a vita, dove “qualcuno” potesse badare a lei.
Si asciugò le lacrime con il dorso delle mani e si abbassò per provare un’ultima volta, ma quando fu a pochi centimetri dal tappeto fece un gesto di stizza. Era inutile. Da sola non ce l’avrebbe fatta.
Si spostò silenziosa come sempre verso il tavolino su cui era posato il telefono, lo sguardo fisso sull’apparecchio. Per un po’ non si mosse. I suoi occhi si spostarono sulla finestra. Avrebbe dovuto dare aria alla sala. Lo sguardo scivolò di nuovo sul corpo steso a terra e tornò a fissare il telefono.
Per la prima volta provò una sensazione di panico. Non voleva telefonare ma non aveva altra scelta.
“Una povera inferma”. Era sicura che fosse quello che la gente pensava di lei. “Che peccato, una così bella donna”, dicevano anche. Che peccato.
Il cielo si stava oscurando e le ombre degli alberi del suo giardino si allungavano sempre di più. Tra meno di un’ora sarebbe stato buio. Doveva decidersi.
Afferrò con risolutezza la cornetta e compose un numero. Ascoltò il segnale di libero senza smettere di guardare il cielo al di là dei vetri. Una quieta penombra stava invadendo la stanza.
Finalmente risposero. -Pronto?- Era una voce un po’ roca, come di qualcuno che è stato in silenzio per molto tempo.
-Sono Claudia. Ho bisogno del tuo aiuto.- Non aggiunse altro e riappese.
Non aveva aspettato che lui le dicesse qualcosa.
Sapeva che sarebbe venuto, come sapeva che domani il cielo si sarebbe oscurato a quella stessa ora. C’erano persone che non mancavano mai agli appuntamenti. C’erano persone che per niente al mondo avrebbero perso l’occasione di godere della paura degli altri.
Lui sarebbe venuto.
Ora la stanza non era più solo in penombra. Se non avesse acceso la lampada sul tavolo avrebbe rischiato di andare a sbattere contro qualche ostacolo.
La luce si diffuse sulle sue mani e sulle gambe, magre e immobili. Adesso vedeva dove andare ma non si mosse. Stava appoggiata ai braccioli della sedia e scrutava davanti a sé.
Sentì il motore della macchina farsi più vicino e spegnersi. I passi sul vialetto erano secchi e decisi. Poi si fermarono.
Le pareva di vederlo, fermo davanti alla porta. Non avrebbe suonato perché sapeva che lei lo aveva sentito.
Claudia si spinse sino all’ingresso, ruotò con la sedia a rotelle ponendosi di fianco rispetto alla porta e fece scattare la serratura. Si allontanò rapidamente e tornò accanto alla lampada accesa.
Lui era entrato e si era chiuso la porta alle spalle. Le sorrideva. Lei odiava quel sorriso. Aveva un che di osceno. Ma, in quella stanza, non era solo lui il cattivo.
L’uomo voltò la testa e lanciò un’occhiata senza interesse al voluminoso fagotto steso a terra.
-L’hai coperto.
Era sicura che la stesse sbeffeggiando ma non replicò se non con un rapido cenno del capo. Desiderava che tutto finisse in fretta. Voleva mettere ordine, voleva che la sua casa ritornasse silenziosa e pulita come sempre.
-Mi aspetti?- Lui rise.
Perché le faceva sempre la stessa domanda? Voleva ferirla. Non ci sarebbe riuscito. Nessuno ci sarebbe riuscito. Lei voleva solo stare tranquilla a casa sua.
L’uomo si caricò il corpo avvolto nel tappeto su una spalla. Pareva non facesse alcuna fatica. Claudia vide le suole delle scarpe del cadavere -non riusciva a pensare “zio”. La parte inferiore del fagotto dondolò. Lui alzò bruscamente una spalla e con un colpetto sistemò meglio il corpo. Con una mano aprì la porta e prima di uscire si voltò a fissarla.
I suoi occhi incontrarono quelli di Claudia e ammiccarono. Lei detestava la confidenza che quello sguardo sottolineava.
Lui si voltò tirandosi dietro la porta.
Claudia si rilassò. Non sapeva dove stesse andando e non voleva saperlo. Sapeva solo che quella era l’ultima volta. Il corpo che si stava portando via era quello dell’ultimo parente che le era rimasto.
Non si muoveva. L’incubo non era ancora terminato. Ne era sicura.
Da quattro anni viveva su quella sedia, ma mai come in quel momento si era sentita tanto indifesa. Non era rimasto più nessuno che si preoccupasse per lei, né nel bene né nel male.
Le mani in grembo, rabbrividì. Il camino si era spento da un pezzo e anche il fumo del vestito bruciato si era ormai dissolto.
Aveva accettato tutto ciò che le era accaduto dopo l’incidente con rassegnata tenacia. Un volo di trenta metri giù da un dirupo con la sua macchina. “Un miracolo che se la sia cavata solo con la frattura di due vertebre dorsali”, le aveva detto il neurochirurgo che l’aveva operata.
Il “miracolo” l’aveva resa paralitica.
Ma non era morta e non poteva fare più nulla per se stessa se non tentare di rimettere insieme la sua vita, gettata in aria come le tessere di un rompicapo. Con calma ce l’aveva fatta. Non era stato indolore, ma nessun nuovo inizio lo è. Il rompicapo era tornato intero.
Poi erano arrivati i suoi parenti.
Era riuscita a sopportare tutto: la consapevolezza di non poter più ballare o correre. La pietà della gente. La curiosità impertinente di chi voleva sapere “come, ma come faceva ad essere sempre così serena?”. Il sottile autocompiacimento di chi la trattava come una persona “normale”. Ma non aveva tollerato l’intrusione petulante e ipocrita dei suoi pochi parenti che avevano volteggiato su di lei come avvoltoi.
“Non è pericoloso che resti in casa da sola?” le chiedeva suo zio tutte le volte che veniva a fare la sua visita settimanale alla nipote paralitica.
“Se ti dovessi sentire male, o scoppiasse un incendio non potremmo mai perdonarci”, aggiungeva sua zia.
Avevano osservato contrariati e stupiti l’indipendenza che si era conquistata e non sopportavano l’idea che potesse farcela senza di loro.
“Siamo i tuoi unici parenti, cosa credi che pensi la gente?”
Li ascoltava in silenzio, aspettando che terminassero le loro lamentele, poi diceva: “Non preoccupatevi. So cavarmela da sola.”
Ma loro avevano insistito. Avrebbero voluto rinchiuderla “in una specie di albergo”, dove personale vestito di bianco si sarebbe aggirato tra altri invalidi intenti a convincersi che tutto andava bene, che quello non era un ospedale. No, una clinica di lusso dove venir serviti e riveriti
Aveva resistito ai loro attacchi come aveva potuto. Alla fine si era difesa. Però non era riuscita a farlo da sola e adesso avrebbe pagato quell’errore.
Fece per muoversi, ma la porta si aprì e lui si stagliò sulla soglia.
-Fatto.
Claudia annuì. -Ti farò avere la busta domani.
L’uomo scrollò la testa, rise ed entrò.
-Io ho avuto un’altra idea.
Claudia sentì i muscoli delle spalle diventare marmo.
-Che ne dici di andare in camera tua?- In due passi le fu davanti. I capelli scuri scendevano sul viso quadrato, gli occhi erano una fessura. E quel sorriso che non gli scompariva mai dalla faccia.
-No, non ora. Non ne ho voglia.- Claudia fece per girarsi ma lui mise un piede davanti alla ruota, bloccandola.
-Vuoi farmi arrabbiare?- La fissava, ora serio.
-No.- Avvertiva il senso di repulsione farsi strada nella sua mente. Aveva cercato di dimenticare l’ultima volta che lo aveva incontrato, senza riuscirci. Ricordava ancora in modo impietosamente lucido il corpo dell’uomo sopra il suo, il respirare affannoso prima di abbandonarsi esausto al suo fianco. E ricordava anche le parole che aveva detto dopo: “Non lo avevo mai fatto con una paralitica. Non è male.”
Come ci fossero arrivati in quel letto ancora non era in grado di spiegarselo. Era stato così abile nello sfruttare il momento adatto, il momento in cui lei era più esposta e spaventata, che non aveva potuto opporsi.
Le si era fatto vicino, si era inginocchiato al suo fianco e l’aveva accarezzata con dolcezza. E lei aveva creduto che fosse davvero dalla sua parte. Sino a quando non aveva sfoderato quel sorriso odioso e Claudia aveva compreso.
E adesso era di nuovo lì che la squadrava dall’alto e lei si sentiva di nuovo disperatamente in trappola. Aveva fatto tutto quello che aveva fatto per rimanere sua prigioniera?
Fu questione di un attimo poi Claudia gli sferrò un terribile pugno nei genitali. Mentre l’uomo si piegava in due gemendo, riprese l’equilibrio e girò con la sedia a rotelle per dirigersi verso la cucina. Là c’erano i suoi coltelli.
Percorse un paio di metri ma qualcosa le impediva di procedere. L’uomo aveva afferrato una ruota e non la lasciava andare.
Claudia si mise di tre quarti sul sedile e colpì con forza la sua mano che per un secondo lasciò la presa, giusto il tempo per farle conquistare ancora un metro.
Sentiva il sudore impregnarle il vestito. Non pensava a nulla, solo a varcare la soglia della cucina.
Ce l’aveva quasi fatta quando uno strappo violento le fece perdere l’equilibrio. Tentò di dare un colpo di reni, ma il suo corpo era troppo sbilanciato in avanti.
Cadde, proteggendosi il viso con le mani. La sedia a rotelle s’impennò e si allontanò, rallentando sino a fermarsi vicino al camino.
Rotolò su un fianco e cercò di mettersi seduta, ma lui le fu addosso. La sua faccia era stravolta dalla rabbia. Le immobilizzò le braccia sibilando: -Stronza fottuta, sai cosa ti succederà adesso, vero?
Lo sapeva.
Lo sguardo di Claudia guizzò a destra e a sinistra. I suoi occhi incrociarono il pesante vaso di vetro che sua madre aveva comperato vent’anni prima a Murano. Oppose una fievole resistenza fino a quando sentì le mani di lui allentarsi leggermente. Allora si divincolò con violenza e gli sferrò un pugno in pieno viso.
Fu lo stupore a fargli mollare la presa un attimo. Le braccia di Claudia si slanciarono di fianco e afferrarono le gambe del basso tavolino su cui era posato il vaso di sua madre. Il vaso oscillò e cadde a mezzo metro da lei, scoppiando in decine di schegge.
Allungò una mano ma lui scattò bloccandole il polso.
Quando intravide il sorriso cattivo sulla sua faccia, Claudia si sentì inondare il cervello da un odio feroce. Cacciò un urlo. Il verso di un animale impazzito. Si divincolò di nuovo, liberando la mano e mirando dritta agli occhi. Sentì tra le dita qualcosa di viscido e vide che era sangue.
L’uomo gridò e si allontanò con le mani sulla faccia insanguinata, incespicando in una sedia mentre retrocedeva.
Claudia strisciò verso il tavolino su cui c’era il telefono. Trascinarsi dietro le gambe inerti era come tentare di nuotare controcorrente. Per la prima volta sentì il peso del suo corpo. Stava per allungare una mano quando lo sentì alle spalle. Si aggrappò al basso tavolo e la grossa lampada di fianco al telefono cadde a terra. Adesso erano al buio. Claudia avvertì un dolore acuto a un fianco. Le aveva sferrato un calcio e le stava di nuovo sopra.
-Stavolta ti ammazzo- le gridò, ma lei percepì una nota d’incertezza nella sua voce. Rotolarono avanti e indietro un paio di volte. Le mani erano attorno al collo di Claudia che lentamente sentiva le forze abbandonarla. Con la mano libera annaspò, cercando nel buio qualcosa con cui difendersi. Toccò la superficie liscia e fredda della lampada. Sentiva il respiro dell’uomo farsi sempre più affannoso. Per un istante terribile le parve di essere tornata nel suo grande letto con lui che le entrava dentro con furia e disprezzo.
Con forza afferrò la lampada e colpì alla cieca. Lo sentì urlare e pezzi di vetro le caddero sul viso. In mano aveva un coccio e senza riflettere, con l’altra mano lo prese per i capelli -doveva essere intontito per il colpo appena ricevuto- e gli conficcò il pezzo di vetro in gola.
Si lasciò andare e sentì il corpo di lui pesarle addosso, immobile. Rimase alcuni secondi così, sdraiata nel buio, ansante.
Le dolevano le braccia e il viso le bruciava. Non riusciva a smettere di tremare. Con uno sforzo fece rotolare il corpo dell’uomo via da lei poi si mise seduta. Tastò nel buio fino a quando trovò il telefono.
Quando i poliziotti entrarono in casa e accesero la luce si guardarono attorno esterrefatti. La stanza era sottosopra e un uomo giaceva a terra con le braccia spalancate, in un lago di sangue.
Una sedia a rotelle era parcheggiata davanti al camino spento. Cocci di vetro in giro, tavolini e sedie ribaltati. E appoggiata contro il muro, con le gambe allungate come una bambola rotta, c’era una donna sui trent’anni, completamente sporca di sangue, con la faccia graffiata e un profondo taglio lungo una gamba. Teneva gli occhi socchiusi, feriti dalla luce improvvisa.
Un poliziotto le corse incontro.
-Ce la fa ad alzarsi?
Claudia scosse la testa e il poliziotto si sentì stupido: la sedia a rotelle era per lei. Due uomini in camice bianco entrarono con una barella e ve la deposero delicatamente sopra.
-Non ho mai visto niente di simile. Questa poveretta s’è difesa come una tigre-, mormorò il poliziotto mentre trasportavano Claudia verso l’ambulanza.
-Che bastardo- commentò l’infermiere gettando solo un occhiata verso il corpo dell’uomo riverso a terra.
Distesa sul letto di un ospedale, il viso pallido di Claudia si perdeva sul bianco del cuscino. I capelli scuri erano l’unica nota di colore.
Teneva la testa voltata verso la finestra che si apriva su un viale alberato. Il cielo azzurro incombeva sulle persone che si affrettavano in un incessante andirivieni.
L’infermiera finì di medicarle il taglio sulla gamba e controllò l’ingessatura al piede. Lui, cadendole addosso, glielo aveva fratturato.
-Vuole che telefoni a qualcuno?- le chiese l’infermiera con dolcezza prima di uscire dalla stanza.
-No, grazie.- La sua voce era stanca.
-Nessun amico o parente?- La donna era leggermente sorpresa.
-No.
Restò un attimo ferma a guardarla, poi si voltò. Prima di chiudere la porta si rese conto che Claudia era già addormentata.