martedì, 24 novembre 2009, ore 10:55

Era durante un corso di scrittura creativa (ne ho frequentati due, belli e onesti, di quelli in cui non ti promettevano di uscire scrittore e non ti spennavano. Uno con Davide Pinardi e l'altro con Giuseppe Pontiggia). Ho trovato questo esercizio (si doveva partire dal titolo e raccontare in poche righe una storia, non superando le tot frasi. Ricordo che colpì molto tutti quelli del corso.)

L'ho ritrovato, 'sto racconto, su un foglio battuto A MACCHINA!, mezzo ciancicato, dentro un cassetto.

Ci ho trovato delle cose lì dentro, le rivedo adesso: la scrittrice che sarei diventata. E gli voglio bene, come  a un vecchio amico che avevi perduto e che ritrovi per caso, con piacere.

Ritornando si diventa liberi da colpa

Guardò il campo sterrato. Lunghe baracche di legno. A destra e a sinistra. Deserte. La polvere si sollevava a spirali. Poi si depositava a terra. Gli alberi erano una macchia verde. Lontana. Gli occhi percorsero il filo spinato. Annusò. Non sentì odore. Non più. Mosse un passo. Si fermò. Girò la testa. Uomini affollarono il centro del campo. Silenziosi.
Poi si dissolsero.
Cataste di corpi nelle fosse. Nudi.
Poi si dissolsero.
Fu allora che lo sentì. Il fischio di un treno.
Lontano.
<<Nonna, andiamo via adesso?>> Il ragazzino aveva parlato sottovoce. Le sue scarpe erano impolverate. Le braccia lungo i fianchi. La guardava dritta in faccia.
La donna gli accarezzò il viso.
Adesso sì, potevano andare via.

Mi viene in mente che potremmo fare un gioco: avete il titolo: "Ritornando si diventa liberi da colpa", e 15 righe a disposizione. Se volete provare, spedite i vostri racconti brevi a Gre.Chi65@gmail.com.
Li leggo e quelli che mi piacciono li pubblico sul blog.
Il 30 novembre si chiude il gioco.
Dal 1 dicembre, se è arrivato qualcosa, e di buono, lo troverte qui.

Ah, e si vi va di leggere altre belle storie, andate su http://babagar.splinder.com

bagar

lunedì, 23 novembre 2009, ore 13:42

Cielo_notturno_simulato

Ricordo una sera d'estate del 1980: accomodata su una sedia da regista, le gambe stese e incrociate coi piedi appoggiati sul davanzale della finestra, al buio. E questa canzone che pareva irradiarsi fuori dalla mia camera, su Milano...

http://www.youtube.com/watch?v=q1moiym6-Nk

 

bagar

domenica, 22 novembre 2009, ore 10:09

Che poi, invece che La galleria del tempo, dovevo chiamarla "Delle mie ossessioni" o "I miei miti", ma siccome la paola mito non mi piace e ossessioni mi pare eccessivo, La galleria del tempo mi pare la definizione migliore per contenere tutto ciò che ha formato e forma me come scrittrice,come essere umano che guarda e è nella vita.

Oggi è un quadro: L'impero della luce di Magritte. Non proprio un'ossessione , ma molto presente nella mia vita e nei miei scritti (persino nel romanzo di prossima uscita, come cameo che chissà se sarà riconoscibile...).

Luce, buio, giorno, notte, casa, acqua, nubi: alcuni dei temi che tornano e tornano e tornano in cui ciò che scrivo.

bagar

sabato, 21 novembre 2009, ore 09:37

Il suo Martin Eden è il libro che mi ha fatto dire, verso gli undici anni: "Io voglio diventare una scrittrice".

E di London ho letto quasi tutto, da Il tallone di ferro a Zanna Bianca. Non sarà stato il più grande scrittore d'America (e tra un po' metterò chi per me lo è... O , almeno uno dei più grandi scrittori d'America), però mi ha regalato pomeriggi d'avventura e storie appassionate. Cos'altro volete da uno scrittore quando si hanno undici anni?

Jack London

bagar

venerdì, 20 novembre 2009, ore 11:15

La faccia come una virgola, la voce profonda, gli occhi un po' tristi: Totò. La mia grande passione, la mia consolazione, la mia isola di felicità. Era una delle passioni che avevo in comune con mio padre; alcuni film li conoscevamo a memoria, cominciavamo a ridere prima ancora che partisse la battuta.

Se qualcun altro avesse fatto i film ch ha fatto lui, sarebbe stato insostenibile seguirlo perché molto spesso erano film esili come fili di cotone. Eppure lui li rendeva imperdibili.

E poi ci sono i capolavori, quelli veri, da La banda degli onesti a Miseria e Nobiltà.

E poi ci sono le "spalle", che spalle non erano ma icone della comicità e della recitazione, senza le quali non sarebbe stata la stessa cosa: Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo, Macario e tanti altri.

Su Totò un paio di racconti li ho scritti, e uno è pubblicato s questo blog, il 2 ottobre del 2008, pochi giorni prima che morisse Renzo. Strane coincidenze...

Totò

bagar

giovedì, 19 novembre 2009, ore 09:29

Uno scricciolo di donna, assediata dal dolore, spezzata nel corpo ma indomita. Leggere la sua biografia, guardare i suoi quadri -che sono anch'essi biografia -  ha fatto nascere in me una domanda, tra le tante: può essere il dolore fisico, talvolta, indispensabile per la creatività? La risposta, ovviamente, non ce l'ho. Ricordo solo una riflessione di Bukowski che trovo molto vera: "Per scrivere non basta il dolore, ci vuole uno scrittore". Credo si possa applicare a tutte le arti: la sofferenza di per sé non basta a creare un artista, anche se un artista è molto esposto - per sensibilità, formazione, conformazione - alla sofferenza. Ci vuole altro. Ci vuole un ingrediente misterioso e inspiegabile che si definisce talento.

Frida Khalo

"Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo ". (Picasso a Diego Rivera)

FRIDA di Hayden Herrera ( La Tartaruga, 2001), una biografia che mi è piaciuta.

bagar

mercoledì, 18 novembre 2009, ore 12:53

Mi è venuta voglia di percorrere, in un'ideale galleria di foto e libri, la storia di donne e uomini che hanno colpito la mia immaginazione o segnato in qualche modo, la mia vita.

Legittimamente potreste chiedervi: "Embè?"
Però potreste anche commentare con un personaggio da voi amato. Magari con immagine inclusa...

Partirò con Annemarie Schwarzenbach, fotografa e giornalista. L'ho conosciuta attraverso un libro magico: Lei così amata di Melania G. Mazzucco.

La figura della Schwarzenbach, limpida nella sua complessità, mi ha affascinata e quel fascino non si è mai spento.

Annemarie Schwarzenbach

bagar

martedì, 17 novembre 2009, ore 11:32

Dopo tanto tempo, torno con un racconto basato su un fatto di cronaca vera ce aveva sconvolto l'Italia: l'uccisione di una suora da parte di tre adolescenti. Per scriverlo avevo raccolto molta documetazione e il risultato era che il movente si basava su un agghiacciante nulla.



 



E’ il sei giugno del 2000. Suor Maria Laura osserva dalla finestra aperta il cielo scuro. Ha il volto magro e l’espressione seria.
Quando squilla il telefono, alle ventidue e cinquanta, ha un leggero soprassalto.
La voce dall’altra parte dice: “Sono Erica. Ho bisogno d’aiuto. Devo vederla. La prego, venga da sola.”
Suor Maria Laura la riconosce, sa di chi si tratta.
Un corpo violato, un segreto che le cresce dentro. Un peso troppo grande da portare da sola.
“Arrivo” risponde.
Prima di uscire, avvisa don Ambrogio, l’arciprete.
“Devo incontrare quella ragazza che ha chiamato anche l’altro giorno. Ha bisogno di aiuto.”
Esce, senza guardarsi alle spalle.

Chiavenna è una cittadina molto bella, incastrata nelle montagne. Una via principale, le case basse di pietra una attaccata all’altra, le strade del centro sono di mattoni di porfido, i negozi, i pub, la piazza e il ponte sul Mera con le belle case un po’ fatiscenti le cui altane danno sul fiume.
L’Istituto Immacolata è all’estremo della città, verso la montagna. Non molto lontano c’è piazza Castello, il luogo dell’appuntamento.
La ragazza è lì, ed è giovane, molto giovane.
-Vieni al convitto da noi. Non avere paura, ti aiuteremo, potrai tenere il bambino. Non ti lasceremo sola. – Suor Maria Laura parla, ma la ragazza sembra distratta, come se non la stesse davvero ascoltando, come se la sua mente fosse altrove.
-Non devi avere paura – le ripete. – Non sei più sola.
-Venga con me – dice d’improvviso la ragazza.
Suor Maria Laura la guarda sorpresa. -Dove?
-Là – la ragazza indica un punto indefinito, dove c’è solo il viottolo che porta alle Marmitte dei Giganti e alla filanda in disuso.
-Perché?
-Ho la mia roba in macchina e l’ho lasciata là.
–Va’ tu a prendere le tue cose. Ti aspetto qui.
C’è qualcosa che non la convince. Non riesce ad abbinare la voce al viso della ragazza. La voce al telefono le sembrava diversa.
-Venga anche lei.
-No, ti aspetto qui, non ti preoccupare.
La ragazza sembra arrabbiata. Si allontana facendo un gesto di stizza. Va verso il viottolo e scompare.
Suor Maria Laura resta lì, interdetta. Non sa cosa fare. Seguirla? Aspettare? Lasciarle il tempo di calmarsi?
Dopo pochi minuti, appare un’altra ragazza, più o meno della stessa età della prima, vestita di nero. Le viene incontro.
-Sono un’amica di Erica. La prego, venga con me. Erica è disperata, sta davvero male. Ci aiuti. La sua roba è nella macchina. Torna dai suoi genitori, ma vuole che lei l’accompagni così gli parla ai suoi. A lei che è una suora la ascolteranno.
E Suor Maria Laura le crede, e la segue.
All’imboccatura del viottolo, Suor Laura vede che di ragazza ce n’è un’altra, anche lei vestita di nero. Tutte e tre si muovono nervose, parlano in fretta. E mentre parlano, si avviano lungo la stradina buia. Superano la fontana, sfiorano le mura della fabbrica abbandonata, si fermano sotto l’ippocastano, vicino alla rupe chiamata Inferno.

Siamo tre e siamo una.
Un rito da compiere.
Un passaggio necessario.
Tre voci.
Sei gambe.
Una vittima da sacrificare.

Suor Maria Laura parla, non ha mai smesso di parlare alla ragazza che le ha chiesto aiuto. Tenta di tranquillizzarla, cerca le parole giuste e non si rende nemmeno conto di dove la stanno portando. La ragazza le ha chiesto aiuto, e lei la seguirebbe ovunque.

Siamo tre e siamo una.
Tre teste.
Sei occhi.
Tre bocche.
Tre cuori.
Un solo pensiero.
Lei deve morire perché Lui lo vuole.
Morire.
Morire.
Morire.

Quando le arriva il primo colpo, Suor Maria Laura non sente solo dolore, ma uno stupore infinito. Il colpo in testa è stato forte, ma lei non cade. Cerca di voltarsi, ma le arriva un altro colpo. E poi un altro e un altro ancora.
Ma i colpi non smettono. Lei cade in ginocchio e una delle ragazze l’afferra per i capelli e le sbatte la testa contro il muro.
Suor Maria Laura sente il dolore esploderle dentro, furibondo.
A suor Maria Laura sembra di parlare, ma in realtà è un gorgoglio quello che le esce dalla bocca. Parole miste a saliva e sangue, tanto sangue. Sente le ragazze urlare.
-Muori bastarda!
-Muori!

Siamo tre e siamo una.
Tre lingue.
Tre nomi veri.
Veronica.
Ambra.
Milena.
Un nome falso.
Erica.
E un nome impronunciabile.
Il Suo.

Ma Suor Maria Laura non muore. E ancora parla.
A questo punto finiscono i colpi, e iniziano i fendenti.
-Aiutatemi! Cazzo!Venite a darmi una mano.Questa non muore mai!

Siamo tre e siamo una.
Sei mani.
Un mattone.
Due coltelli.
Sei colpi ciascuna.
Sei per tre: diciotto.
Un errore.
Un colpo di troppo.
Diciannove.

Il corpo di Suor Maria Laura, all’anagrafe Teresina Mainetti anni 61, viene trovato il mattino dopo, verso le otto, da un pensionato che passa in bicicletta
Scatta l’allarme. Arrivano i Carabinieri, la Scientifica. Il corpo viene rimosso dieci ore dopo il ritrovamento. I carabinieri del reparto scientifico del CIS di Parma fanno prelievi, rilievi, esaminano a fondo il corpo e il terreno circostante.
In paese, tutti sono sconvolti, ma nessuno sa niente. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Il rumore del Mera ha coperto le grida della vittima.
Un super testimone parla di una ragazza in compagnia di un uomo in abito nero. Di sicuro drogati.
Certo, drogati.
Ce n’è tanti qui.
Il procuratore capo di Sondrio, il 13 giugno, afferma: “Abbiamo individuato la matassa. Ora cerchiamo il bandolo. Ma siamo vicini, molto vicini”.
Viene diffuso un identikit.
Si tratta di una ragazza dai capelli ricci e il viso paffuto. Avrà quindici o sedici anni. Non particolarmente bella.
Dopo qualche giorno ne viene diffuso un altro.

Siamo tre e siamo una.
E non ci prenderete mai.
Nessun ritratto ci corrisponde.
Perché noi siamo le figlie della notte e cambiamo colore.
Ci nascondiamo nel buio e aspettiamo.
Nessuno ci conosce.
I nostri nomi non sono i nostri veri volti.
Siamo invincibili.

C’è un quotidiano su un tavolino del bar in piazza. E’ aperto sulla pagine della cronaca. Sotto l’identikit della ragazza, qualcuno ha scritto “Veronica”.
I carabinieri stringono il cerchio. Non sono molte le Veroniche in paese. I cellulari vengono messi sotto controllo.
Perché le ragazze parlano, si telefonano, si mandano messaggi.
“Non mi troveranno mai. Ho cambiato colore di capelli”.
“Hai visto il secondo disegno? Sono più bella, mi assomiglia di più.”
“Non ci conoscono. Nessuno sospetterà di noi.”
Quello dell’identikit è uno stratagemma del sostituto procuratore per i minori Cristina Rota. Lei è una donna e sa che le ragazze sono vanitose. Ed è così che cadono nella rete.
Vengono arrestate la mattina del 28 giugno. Due sono a Chiavenna, nei loro letti, la terza è a Rimini, lavora come cameriera in un albergo.
Sono fredde, dicono gli inquirenti, imperturbabili. Solo una sembra assente, poco reattiva, inerte.

Vengono rinchiuse in tre carceri diversi.
Confessano tutte e tre e ricostruiscono con precisione, fino nei minimi dettagli, il massacro di suor Maria Laura.
La suora urlava. Diceva che non ci avrebbe denunciate. Che ci perdonava. Ma non ci interessavano le sue parole. Era rabbia quella che provavamo. Odio allo sttao puro.
Perché?
Silenzio.
Cosa avete fatto dopo averla uccisa?
Siamo andate al Luna Park. Dovevamo crearci un alibi. Farci vedere dagli amici.
E i coltelli?
Il mio l’ho riportato a casa. L’ho lavato e riposto con gli altri.
Parlano, le ragazze. Ricostruiscono. Ricordano ogni dettaglio. Non sono confuse o terrorizzate.
Quando gli inquirenti chiedono di nuovo perché?, la risposta li lascia sgomenti: non c’è un perché.

Siamo tre e siamo una.
Fate domande che non hanno risposta.
Cercate un senso dove c’è solo silenzio.
Se non capite, non fate domande.
Continuerete a non capire.

Dicono di aver ucciso per noia e che no, quella suora non aveva fatto loro niente di male, era solo la persona giusta al momento giusto.

Siamo tre e siamo una.
Abbiamo pensato: un cane?
Un asino?
Un bambino?
Un prete?
Ma il cane è scappato, l’asino non c’è, il bambino è mio fratello, il prete è troppo grosso.
Così è rimasta lei.
La suora.

Riti satanici?
Le ragazze negano.
Eppure quando gli inquirenti leggono i loro diari, controllano i computer, i cellulari, trovano Satana ovunque: nei loro disegni, nella musica che ascoltano, nei riti che praticano. In quel numero ripetuto sino all’ossessione: 666.
Qualche giorno prima hanno bruciato una Bibbia. Si sono fatte dei tagli alle braccia, hanno riempito un bicchiere col loro sangue e lo hanno bevuto, in un patto che le avrebbe viste sempre insieme, qualunque cosa fosse accaduta.
Anche un omicidio.

Siamo i tagli sulla nostra pelle.
Perché ferirci ci rende più tranquille.
Siamo la noia che da sempre ci accompagna.
Siamo una il pezzo dell’altra.
Siamo questo schifo di posto in cui viviamo.
Siamo questa gente che non capisce, che è sempre uguale.
Siamo la vodka che beviamo.
E il rumore del niente che ci inghiotte.

Ma gli inquirenti credono che ci sia un regista occulto dietro tutta questa storia tremenda. Qualcuno che le ha convinte. Che ha fatto sparire uno dei coltelli. Che le ha usate. Un adulto. Deve esserci. Non possono tre ragazzine di sedici e diciassette anni aver fatto questo scempio da sole.
La Procura di Sondrio e la Procura dei Minori di Milano dispongono la riesumazione del corpo di Suor Maria Laura, che avviene nella camera mortuaria del piccolo cimitero di Chiavenna.
E la conferma arriva: i colpi non sono stati inferti da altre mani che non siano quelle delle tre ragazzine.

Il 9 agosto 2001, Veronica e Milena, vengono condannate a otto anni e mezzo di carcere. Ambra viene prosciolta perché “incapace di intendere e di volere”, ma nel processo d’appello, il 18 gennaio 2003, vengono confermate le pene delle prime due ragazze e viene condannata anche Ambra: a dodici anni e sette mesi.
Ci sarà uno strascico giudiziario, perché la condanna di Ambra non viene confermata in tempo. Così, la ragazza esce dal carcere. Per ritornarci, in via definitiva, il 23 gennaio 2003.

Non siamo più tre.
Non siamo più nemmeno una.
Siamo un numero in una cella.

Sono il sangue che scorre dalla doccia.
E i lamenti di una donna che mi svegliano ogni notte.
Mi dice che mi perdona ma io non riesco a parlarle.
E vorrei davvero sapermi perdonare.
Ci siamo fottute la vita.
Perché questo è un incubo da cui non ci si sveglia.


bagar

lunedì, 16 novembre 2009, ore 09:57

E con oggi si conclude il viaggio nel mondo di Matteo, straordinario protagonista. Non so ora dove sia e cosa stia facendo, ma so che è uno che non molla e di certo qualcosa di buono la sta cucinando...

 

foto by Ale

 

Vorrei tanto che lei sottolineasse che sono un ragazzo particolarmente sensibile alle visioni, che qui va molto di moda - nell'ambito psichiatrico: visioni, carte, soprannaturale. Vorrei che si sapesse che queste cose mi succedono veramente. Qualcuno mi aiuta davero quando ho bisogno di soldi. Spesso vinco al lotto. Non è sempre così, certo, però quando ho davvero bisogno il buo Dio mi fa avere la forza di togliermi il problema. Non per tutti è così e a me dispiace e quando ho dò a tutti, faccio regali. Forse con me è più generoso perché ho sofferto di più: ho avuto tre incidenti mortali e sono sopravvissuto. Uno in macchina e sono morto. Sono volato fuori dal parabrezza, avevo gli occhi chiusi e non ho visto niente di niente, poi mi sono risvegliato, avevo un buco nell'arteria, un occhio tagliato a metà. Mi hanno tolto il vetro dall'arteria, lasciato un mese a letto e poi mi hanno fatto andare a casa. Un'altra volta c'erano dei delinquenti che mi volevano ammazzare. Un'altra volta sono scivolato sul ghiaccio. Ho cacciato un urlo fortissimo... sei mesi di coma. Mi sono svegliato in primavera con il busto che mi era stato messo perché la spalla era andata dalla parte opposta, una metà non c'era più. E ho pensato che il buon Dio avesse capito, anche se non c'era bisogno che io lo pensavo, perché era ovvio: se vuoi far capire qualcosa e ci metti la buona volontà lo capisce anche chi ti deve aiutare; se tu non vuoi farti aiutare o non vuoi metterci buona volontà nell'esprimere il dolore, cioè se tu non parli... anche i malati che sono qui se non parlano e non esprimono sinceramente il problema che hanno... se hanno il problema delle bollette di solito lo si risolve, se hanno un problema di ansia, di sudore, si usa la medicina. Ma se non ti fai capire sarai sempre un ammalato cronico.
Se dovessi disegnare questo posto farei una fattoria perché dopo un po' che sei in questa fattoria gli animi si spengono e si accendono altre luci. Amicizia, amore. C'è una vita nuova che si crea.
Io ho amici qui. Non è che ci vado d'accordo: li sopporto, ma so che sono brave persone e allora vale la pena di sopportarle quelle volte che si lamentano, che danno i numeri... Li do anch'io in altri termini, da solo... non so, mi metto a sorridere, mi vengono delle visioni ricordando il passato... per esempio gli scherzi che faccio al CRT... ricordandoli, visionandoli in questi occhiali a raggi x e mi viene da sorridere.
Una cosa che vorrei è lavorare, come tutti, perché io sono a zonzo, chiedo favori in giro ma non perché ne ho bisogno ma perché mi girano i cinque minuti, mi viene l'incantesimo e allora vado a chiedere favori, prestiti, desideri... Automaticamente, chi mi fa questi incantesimi si demoralizza, dice: "Questo è un pover'uomo" e mi lascia libero dall'incantesimo. Per esempio, io sono innamorato di una ragazza che non riesco ad avere ma la ho nel senso che nei miei sogni c'è lei, ci faccio l'amore, ci vogliamo bene. Ieri, al CRT, abbiamo parlato un quarto d'ora e sono stato contentissimo. E' accaduto davvero. Davvero nel sogno. Sono stato contentissimo che mi ha dato confidenza per quei minuti. Lei mi ha guardato negli occhi. Sono innamorato marcio, è la ragazza più bella del mondo. Io ho avuto solo avventure con le ragazze, ma adesso che ho provato questo rapporto con questa ragazza... non me lo aspettavo. La voglio sognare per forza, ci voglio parlare... Siamo anime trascendentali portate a livello affettuoso, come due anime perse portate a livello di matrimonio, di confidenza. Solo che lei è un'educatrice e io ne sono innamorato e lei me lo fa capire che anche lei è innamorata di me. Ci vediamo nel sonno, la immagino. Lei mi dà le sue confidenze, mi fa sentire la sua vicinanza. Insomma, sono innamorato e difficilmente riuscirò a dimenticarla. Anzi, faccio visioni con Dio, lo faccio comparire in casa, mi sposo con lei, continuo a sposarmi sempre fino a quando la convinco a innamorarsi di me. Vorrei avere un colpo di fortuna, vincere tanti milioni, ne regalo tanti ma questa qui me la porto in chiesa.
Io non sono malato terminale, un malato cronico... Diciamo che sono un paziente particolare... un paziente inglese, ecco. Sono una cosa un po' a parte. Sì, avrò avuto delle avventure un po' strane. Sono una persona educata... no, anche maleducata perché siccome sono innamorato, ogni tanto la faccio arrabbiare questa ragazza, perché lei mi tiene sotto controllo e se saluto le altre è per farla ingelosire. E lei viene a sapere tutto e allora o mi fa le scenate o non mi guarda e mi fa capire che, insomma, è un segreto tra me e lei. Sono contento di aver fatto l'incidente così l'ho conosciuta. Se no non avrei mai conosciuto l'amore. Ogggiorno è difficile che due si innamorino. Io vedo tutti che litigano, o non pensano alla famiglia, o ammazzano i figli. Se avessi la possibilità io a lei le farei fare la sciura. L'amore va a casi a casi. C'è chi lo sopporta, chi non lo sopporta. Noi due nei sogni ci diciamo sempre: "Mi ami? Non mi ami? Mi ami? Non mi ami?". Poi facciamo l'amore nel sogno. A volte ci si riesce a volte no.
Io sono innamorato e mi sento malato al sessanta per cento.

bagar

domenica, 15 novembre 2009, ore 10:21

 

La storia della psichiatria è storia degli psichiatri, non storia dei malati. (...)
Essa è storia dei potenti, dei medici, mai dei malati.

Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979

 

 

Io faccio amicizia con tutti. Sto sperando che mi diano un lavoro, che mi facciano almeno fare la scuola da cuoco. A me piace cucinare, ho la mano. L'altro giorno ho cucinato per dei ragazzi del CRT che non volevano condimento, non volevano aglio e io gli ho fatto un bel piattone e loro mi hanno detto: "Buono buono". E' faticoso lavorare da cuoco, però se puoi soddisfare i gusti e il piacere degli altri è bello.
Io, sì, sono smemorato, ma ho solo perso la memoria, non è che sono imbranato o un paziente di una malattia specifica. Ho solo perso la memoria e forse loro mi hanno dato la pensione con l'accomagnamento per sistemarmi e perché non potevano risolvere la situazione e farmi tornare la memoria. Però non vorrei essere trattato come un debosciato o come un malato cronico, perché non mi sento così, mi sento piuttosto sveglio e sono considerato da tutti gli amici un ragazzo figo, ben voluto, una cosa un po' a parte. Io ho perso solo la memoria e non voglio essere calcolato come un malato terminale, che non ha speranza, ma come uno che potrà riprendere un po' di memoria, andare a lavorare, sposarsi, avere dei figli... Anche se faccio delle cavolate, mascalzonate, tipo, non so, un "Ciao" o l'occhiolino a una ragazza... Gli ammalati non fanno così, io sono più sveglio. L'unico difetto è che ho perso la memoria, non mi ricordo quello che ho fatto ieri a meno che non visualizzi con delle visioni. Cioè non riesco a ricordarmi le cose e per farlo devo visionare le immagini come se avessi degli occhiali a raggi x.
Vivo con mia sorella che mi vuole tenere ancora un po' sotto controllo... lei è cuoca e vuole aiutarmi a trovare un posto di lavoro.
Io dalla vita vorrei un lavoro, una famiglia, una vecchiaia felice. Ci sono dei momenti in cui sono in crisi, ma non come i malati, no, sono in crisi come malinconia, nostalgia... nostalgia di prima di fare gli incidenti, di quando avevo sedici anni e avevo tante ragazzine. Ero abbastanza fine come ragazzo, ero più sveglio di adesso. Mi ricordo i pensieri che si facevano sulla vecchiaia: "Mi sposerò, avrò un lavoro, sarò felice". Adesso mi trovo a quarantasette anni, nel perodo a cui pensavo quando ero un ragazzo e non ho concluso niente. E allora: malinconia, nostalgia, tristezza, rancore... ma non ansia o dolore. Sono cose che riguardano uno psicologo, non uno psichiatra. Infatti al CRT io parlo delle mie visoni. Sono uno che fino a due mesi fa vedeva la Madonna, parlava con Dio, aveva consigli con i santi. Poi ho molta fortuna. Consumo nei bar eleganti con la poca pensione che ho perché sono molto fortunato, ma sono anche un ragazzo malinconico, triste... se penso che a quest'età dovevo aver avuto dei figli, una moglie, un amore, una casa... trovarmi invece in queste condizioni, ospite di mia sorella... in casa mia non posso andare, sono così provvisorio... Penso che, sì, ci sarà anche un futuro ma chissà quando, chissà come, se si avvererà quello che ho sperato, se riscirò a farlo avvererare, se riuscirò a essere più felice di adesso. E' questo che mi fa rabbia: non saperlo. Sto aspettando un terno al lotto, l'ho sognato e lo sto aspettando. Ma no sono cinquemila o diecimila euro che cambiano un periodo di venti, trant'anni di vita. Se il buon Dio mi dà la forza di campare fino a sessanta, settanta, ottant'anni. Ah, poi ieri mi è venuta voglia di buttarmi sotto un tram... così, un pensiero veloce, poi ho pensato che nell'Aldilà ci sarei stato ancora io, allora...

bagar

sabato, 14 novembre 2009, ore 16:21

Comincia un altro viaggio, in un altro mondo. Questo è quello di Matteo (che però non si chiama così), e tutto ciò che leggerete, lui lo ha detto.

Matteo è uno di quegli uomini che, molto sbrigativamente, chiamiamo "matti". Li definiamo così perché, forse, è più rassicurante pensare che, invece, noi matti non lo siamo.

Ho trovato saggezza, poesia e magia nelle sue parole.

E non scorderò mai i suoi occhi azzurri, incantevoli e incantati.





Sono tredici anni che vengo qui e gli anni sono volati così in fretta che non me ne sono neanche accorto. Mi trovo abbastanza bene, ho avuto subito un rapporto di amicizia con tutti i medici, con tutti gli infermieri. Confidenziale, tipo casa, cioè, in realtà questa qui è la vera casa della persona malata di mente. Qui dipende da come ti introduci nell'ambiente e così vieni trattato. Io mi sono introdotto abbastanza bene e sono stato trattato abbastanza bene. Ho avuto subito rapporti bellissimi con tutti i dottori che ho avuto, a livello amicizia, gli infermieri mi vogliono bene, mi rispettano.
Fuori di qua la vita è un mondo che ci capisce, sì, in una logica ci deve capire per forza, se no non sarebbe più quel mondo intellettuale che lo considerano loro, tutti riuniti, tutti belli intellettualini, socialmente a posto, però non sanno il vero problema della questione, cercano di capire il problema di questa comunità di malati, sono curiosi. Loro cercano di entrare nelle nostre confidenze, perché noi siamo delle persone segrete, abbiamo dei tesori nascosti e allora cercano di accalappiarsi qualcosa di buono... Anche se non fai subito amicizia, ma esprimi qualcosa, un'opinione su qualche persona che è al di fuori dell'ambito psicologico, psicoterapeutico, psichiatrico, loro ci tengono ad avere quel minimo di rispetto o di confidenza che tu gli dai. Ti rispettano perché sanno che abbiamo dei tesori nascosti, che siamo dei ricchi ma senza portafogli. Chi sono "loro"? I giovani d'oggi, quelli conterranei (quelli della mia età), quelli che tu vedi diversi perché non sei nel loro sistema sociale, sei in un'altra simposi, in un'altra sintesi, in un altro periodo di vita. Diciamo che tu sei in un periodo di vita a part-time, una cosa a parte... una cosa che a loro riguarda relativamente ma riguarda... relativamente vuol dire una certa ricchezza che devi dare a queste persone. Per esempio, se dovessi salutare queste persone, non è che loro mi dicono Vaffanculo o mi rispondono male. No: o se ne stanno sulle loro e stanno timidi o mi dicono Ciao... Si vede che ci tengono perché le persone che sono in questo sistema qui - quello dei malati - sono ricche di qualcosa, non sono del tutto maleducati come può sembrare. Sono ricchi di un'educazione. A parte, diversa, ma un'educazione ricca, qualcosa di sostanzioso, qualcosa da cui trarre beneficio o vantaggio. In un certo periodo, in un certo momento, ricordandosi di quel saluto, di quel Ciao loro sentiranno la nostra ricchezza. Noi come malati non siamo dei poveri uomini, non siamo dei poveracci... E queste persone conterranee fanno fatica a fare amicizia perché hanno altri ritmi di vita. Non è un ritmo calcolato, controllato o studiato... è un ritmo libero, una mentalità più vasta... noi siamo concentrati in una cerchia, siamo una cerchia tenuta a parte, come degli animali ben definiti, ma un gruppo piccolo che sta nel suo cerchio. Però loro non rifiutano la confidenza, il contagio, perché sanno che possono ricavarci anche simpatia.

bagar

venerdì, 13 novembre 2009, ore 10:56

Dopo qualche giorno di pausa forzata ma necessaria, torno con uno scritto mio, inserito nella raccolta Corpi, edito da Mondadori. Antologia collettiva che segue e conclude la trilogia composta da Cuori di pietra e Facce di bronzo. Tra le tante autrici presenti: Neliana Tersigni, Laura Toscano (a cui Corpi è dedicato), Nicoletta Vallorani, Elena Mora e tantissime altre.

Il mio non è propriamente un racconto,  ma una ballata e nella mia testa è dedicato a Eluana Englaro e a tutti coloro il cui corpo è in balia di altro e altri.

corpi

IL TUO CORPO
 
di
 
Barbara Garlaschelli
 
 
 
 
Il tuo corpo
 
Abitato da muscoli e vene, nervi e ossa
Altare unico e irripetibile del mio amore
Fucina di emozioni
Rogo di paure e silenzi
 
Il tuo corpo
 
Steso immobile su un letto
 da un tempo così lungo
da non riuscire a contarlo
 
Il tuo corpo
 
Silente e  lontano
Irraggiungibile come un altro sistema solare
Vicino come il negozio del droghiere
 
Il tuo corpo
 
Assente di gesti
Vuoto di emozioni
carico dei nostri ricordi
 
Il tuo corpo
 
Assediato da tubicini, canule, siringhe
Osservato da medici e infermieri
Dimenticato dai più
Venerato da me che non posso più averlo.
 
Il tuo corpo
 
Era la mia casa
Ed ora è un castello circondato da mura altissime
Trapunto d’aghi come il cielo di stelle
Stelle che gocciolano sangue
E sudore
Ma non lacrime
Perché il tuo corpo non sa più nemmeno piangere
 
Il tuo corpo
 
E’ spento di sorrisi
E’ solo involontario battito di palpebre
Incapace di gustarsi il sapore dolce di una caramella
E quello salato di un pezzo di pane
 
Il tuo corpo
 
E’ un granello di rena incastrato nelle suole delle scarpe.
Un semino infilato tra i denti.
Una perla nascosta dentro un’ostrica
 
 
Il tuo corpo
 
E’ quello di un pendolare
 che qualcuno ha gettato dal treno
a metà del viaggio
in una landa deserta e sconosciuta.
 
 
Il tuo corpo
 
E’ un cuore che continuano a far battere
Come un tamburo nelle mani di un pazzo
E’ uno stomaco che continuano a riempire
Come un sacchetto della spesa
E’ una mente che non esiste più
Sipario calato
 
Il tuo corpo
 
Vorrei esistesse solo nei miei ricordi
Nelle foto di quand’era corpo bambino
O giovane e scattante
E vivo
Vivo
Non trasformato in un tavolo da gioco
Su cui gettare carte truccate
 
Il tuo corpo
 
Non è più mio.
E non è loro.
E non è di nessun dio.
 
Il tuo corpo
 
Liberato dalla prigione di se stesso
 
Il tuo corpo
 
Vorrei liberarlo io, mio amore
Invece posso solo sorvegliarlo
E sfiorarlo con le mani
E sperare di avere la fortuna
Di chiudere gli occhi
Un minuto dopo i tuoi.
 
 
 
bagar

sabato, 07 novembre 2009, ore 10:21

E' un momento di interregno, ma tra un po' questo blog tornerà ad essere  "vivo".

Per ora vi dedico queste righe tratte da Il giunco mormorante di Nina Berberova, un'autrice che io adoro:

"Fin dai primi anni della mia giovinezza, pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. (...) Semplicemente, l'uomo,  di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all'altra, e queste ore hanno una loro continuità.
Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell'uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell'esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s'è mai incontrato con se stesso"

bagar

lunedì, 02 novembre 2009, ore 09:04

Termina con oggi il viaggio nel mondo di Emmebi, ovvero Mario Bianco. E' stato strepitoso...


opere 2000 d



Nello scorcio del secolo scorso, già, verso ‘l 1997, ho cominciato a collegarmi ad internet e a vagare per il mondo immenso e variegato del web. Ho trovato, con molta soddisfazione, una valanga di immagini, testi, opere e pattume che man mano andava allargandosi.
Ho scoperto angoli ove si rincantucciavano persone singolari a parlare, a dirsela di questo e di quello, magari arti e letteratura; anch’io mi ci sono infrattato ed ho scoperto stupidaggini, violenze verbali incredibili, ma, ed anche, ricche discussioni, conversazioni, scherzi, ironie, invenzioni straordinarie.
Sul vecchio Holden forum a cui approdai nel 2001 incontrai delle persone rare, alcune le conobbi davvero. Inventammo racconti collettivi surreali, folli, ci misi talvolta delle mie illustrazioni. Nacquero così amicizie (pure odi) e tutto un ciclo che fu chiamato Oblivion store, credo, dalla cara Azure/Opi, o da Panna, conobbi Gino Tasca/Asino, generoso uomo di talento, che purtroppo se ne andò nel 2005, anche l’amico Tashtego che scrive e disegna benissimo.
Da un nucleo di amici appassionati & superstiti di quel forum nacque la Societè des cartograhes fous, che fu inventato come blog collettivo da Paolo detto il Pantiloni.
E, gira che ti gira, da un blog all’altro sono pure capitato su quello della magica, favolosa Manginobrioches/AnnaMallamo. Tanto mi stimolarono i suoi racconti che non potevo resistere all’impulso di illustrare le sue storie, lei scriveva e io mandavo il disegno.
Nacque “Angeli e case” e divenne un e-book diffusoci dei meritevolissimi Feaci.
Sene vedono dei brani nell’angolo inferiore a destra.
Poi sono capitato molto bene qui, ove l’ottima Barbara ogni tanto mi ospita.
Così finisce la storia che io non dipingo quasi più, però scrivo faccio illustrazioni e via dicendo.... e ringrazio infine l’inclito e colto pubblico
Vostro Emmebì
bagar

domenica, 01 novembre 2009, ore 10:12

comp.anni

Avevo avuto il mio tratto,  facevo delle composizioni grandi, vendevo qualcosa e mi aggiravo, indagavo tra temi simbolici che ritenevo universali e riposti, giù o su, diciamo così nell”inconscio collettivo”. 
Mi sono fissato di dipingere l’energia, i suoi flussi, i movimenti, le direzioni, sono andato avanti così per anni. Anche la luce e l’ombra, ciò che è visibile e ciò che è all’oscuro, l’adrècc e l’ubàc ( in lingua occitana, franco provenzale), il maschio e la femmina, il recto e il verso.
Provavo, di quei tempi, tuttavia una certa insoddisfazione fisica, corporale nel continuare a maneggiare pennelli e colori, a riempire tele, cartoni, tavole di segni. Risentii forte la necessità di lavorare con le mani la materia in tre dimensioni, però volevo un materiale bastardo facilmente foggiabile e molto leggero. Provai la gommapiuma con cui lavora da tanti anni il mio amico Piero Gilardi e con cui costruii il bassorilievo, similbronzeo, parallelo al dipinto ellittico di sopra, (a sinistra, al centro).
Ma la gommapiuma dipinta mi dava rogne per l’inerzia sua bruta e le troppe mani di pittura coprente che dovevo impiegare per dipingerla, per cui indagai e trovai, poi, per caso (in un cassonetto...) il supporto che desideravo: il polietilene espanso o ethafoam.
 Con questo materiale mi trovo benissimo: posso fare delle cose grandi ed è leggerissimo; lo taglio con coltelli vari e bisturi, lo monto e incollo con la pistola termoincollatrice, quindi ricopro tutto il foggiato con un carta velina imbevuta di colla pastosa di riso.
Poi quando il tutto è asciugato, dipingo con colori acrilici.
In basso si vedono un libro impiccato e una composizione, che è molto grande, dedicata alla madre terra Gea, o Ghè che sia.
( mi sono dato alla scultura con materiali leggerissimi, e quanto mai effimeri, anche in polemica contro certi artisti contemporanei costosissimi che fanno baracconi pesanti varie tonnellate...)
bagar

sabato, 31 ottobre 2009, ore 11:27

Ritorna, ancora una volta, Emmebi. Il suo mondo è così bello, ma così bello...

comp.anni

    C’era di bello che finalmente arrivato il 1990 potevo permettermi uno studio. Prima dipingevo, trafficavo in una stanza della mia casa che ha, sì, il soffitto alto ma era zeppa, strapiena di opere e materiali.
   E con più spazio potevo pure permettermi di allargare i confini dei dipinti e situare un bel bancone da lavoro e la sega circolare per tagliarmi i listelli per i telai e le cornici (eventuali). E mi sentivo anche più libero di tentare e di spaziare, anche nelle dimensioni del supporto, sperimentare per territori prima solo sfiorati dai ’60 in poi.
In somma: avevo bisogno di provare, entrare nella via del segno astratto; solo che ho dovuto cimentarmi parecchio prima di essere soddisfatto, decine e decine di dipinti che non ho avuto ancora il coraggio bruciare, prima di arrivare al gesto pulito che volevo, il lavorio di alcuni anni, anche disperazione, talvolta.
   Avevo dei modelli: l’espressionismo astratto americano, Motherwell e anche Hartung e il segno essenziale di certa pittura sino nipponica. Però la mia ricerca non è ricerca di un segno puro in sé e per sé. Io opero, anche su un terreno simbolico, ovvero il mio segno allude a percezioni o concetti che qualche persona coglie per affinità di sentire.
 Ad esempio, volevo ad ogni costo alludere, significare il παντα ρει ( tutto scorre) del filosofo Eraclito, o di certe teorie induiste, ed ho cominciato a tracciare un tratto, più segni, una corrente, un flusso di energia che saliva da destra verso sinistra ed attraversava il “coso” dipinto o supporto che fosse.  
Era il “fluire”.
Ne ho fatti tanti, ma tanti. Sempre cercando uno stato di completo assorbimento nel lavoro, una sorta di trance o stato meditativo che lasciasse “fluire”, appunto, qualcosa di nascosto dentro, (e fuori?).
Qui in centro, a destra c’è il dipinto più grande che ho fatto ( cm.200x150), e che non venderò mai: si chiama Kundalini e ne sono affezionatissimo, pure lui, anzi lei fluisce.
Poi se uno vuol sapere di Kundalini cerca e trova, magari, ‘na marea anche di sciocchezze...

bagar

giovedì, 29 ottobre 2009, ore 15:04

Voi non v'immaginate la tristezza nel vedere una donna di trent'anni, che non è più una donna, ma non è nemmeno una bambina, che ripete sempre le stesse domande che con voce moncorde e alta chiama le persone e va avanti, va avanti e chi le sta attorno è combattuto tra le pena e l'insofferenza, la compassione e l'esasperazione. E guardi la sua faccia e guardi nei suoi occhi e sai che da quel posto dove sta ora la sua mente non se ne andrà più, e continuerà a ripetere le stesse domande, a chiamare persone diverse. E a non avere risposte.

Voi non immaginate cosa sta accadendo ora. La solitudine, la disperazione, il dolore.
E lei è lì. E lì resterà.

 


bagar

mercoledì, 28 ottobre 2009, ore 13:47

E' salita la nebbia. Ora il paesaggio si vede. Viene in mente una battuta: “Qui, una volta, era tutta campagna”. Be', qui è ancora tutto campagna.
C'è una strada che divide questo Luogo da una distesa di prati su cui la bruma è appoggiata come una mano leggera. Viene quasi voglia di fare un grande sospiro e vederla sparire. Per vedere cosa? Altra campagna...
Passano macchine e camion. Di persone no, non ce ne sono. Non che camminano sulla strada, almeno. E quelle che arrivano in macchina è per raggiungere il Luogo.

Il Luogo è impregnato di odori: dolore, paura, speranza, disinfettante, sudore, fatica. E di rumori: fruscii, passi leggeri, chiacchiere, ordini, domande domande domande. Soprattutto una: quando esco?
La risposta è spesso: “Più avanti...”
Ce n’è un’altra di domanda, ma la rivelerò più avanti.

Non ci volevo più tornare in un Luogo come questo. Nonostante sia necessario, nonostante siano gentili, efficienti, professionali, affettuosi.

Il Luogo è sempre un altrove. Non è mai dove vorresti essere. E' un grumo di ricordi e di possibilità. E' una ragnatela di compromessi tra ciò che tu vuoi e ciò che potrai davvero ottenere.

Non è molto chiaro, vero?

Abbiate pazienza, per ora è il massimo che posso fare. Dopo sopravvivere.
bagar

domenica, 25 ottobre 2009, ore 09:28

Per qualche giorno questo blog se ne resterà sospeso, ma vi lascio in buona compagnia...

 

 

 

 

 

 
 
 
 




   Veniva l’anno 1980, e c’è di buono che in quell’anno tenni  la mia prima mostra personale in una galleria torinese.
Le cose stavano girando diversamente, meglio, dcisamente.
Non ero mica un giovinotto, avevo partecipato a molte collettive, ma mai avevo avuto coraggio di espormi.
Ero stato, allora, molto colpito dalla guerra infame e terribile tra Iran e Iraq, e mi turbava di più come dilettante estimatore della cultura orientale: una guerra tra due grandi e potenti paesi islamici. Mi pareva impossibile.
Lavorai per distillazione del segno, per renderlo sempre più essenziale, con inchiostri di china, innamorato com’ero (e sono) della pittura cinese, feci cento tavole e la mostra si intitolò: Fuochi e fumi sullo Shatt el Arab.
 Contemporaneamente, e poi, cercavo la fatidica “via d’uscita” da ristrettezze  o prigionie interiori e lavoravo, ad olio su tavola, e con acquerelli ed ecoline, su temi simbolici che per me significavano molto. Massi pesanti nella desolazione, uova nascenti, uccelli surreali, piuttosto meccanici che prendevano il volo, decollavano da piste quasi aliene.
Tentavo di trattare una tematica surreale con una pennellata che aspirava ad una libertà di segno propria della pittura dell’espressionismo astratto.
Infatti ci arrivai.
 Dopo le uova e gli uccelli e altri soggetti, comunque verosimili, con fatica trovai un settore mio che potevo esplorare e sperimentare, alludendo col segno  soltanto a paesaggi interiori: gli stati d’animo, i concetti, le illusioni non erano figurabili, per me, nel filone naturalistico.
Verso la fine degli anni ’80 tenni alcune mostre personali con i risultati di questa via astratta che è mia ancora ora.
bagar

sabato, 24 ottobre 2009, ore 10:35

Emmebì, Emmebì... :-)



comp.anni




  Anni duri gli anni settanta.
Anni di lutti interiori e esterni, di vite che si spengono. Anche di gioie, nascite, luci nuove di vita.
Avevo tanto, tanto da fare, “lavorare stanca”...e avevo ora una famiglia mia.
Feci pochi dipinti grandi a olio: oscuri e tetri.
Ma disegnavo molto la notte, a china, col pennino e il calamaio di inchiostro di china.
Sotto la luce di uno spot da 100 watt e con gli occhi che mi bruciavano per la fissità e per il fumo delle cicche.
Non doveva essere tanto bello starmi vicino.
A volte ero torvo.
Ero lì che cercavo sulla carta con ‘sto aguzzissimo pennino, quasi fosse un bisturi, di fare un’operazione chirurgica interna che mi liberasse dal tumore rosicante di antiche ossessioni, sensi di colpa, morte di un dio in cui avevo tanto creduto e sperato da ragazzo.
Disegnavo monaci che compulsavano tomi in volontaria reclusione, in mezzo a celle colme di carabattole.
Eremiti sull’orlo di abissi alla ricerca di una strada maestra.
Cavalieri con  la morte e il diavolo.
Una bella cartella di disegni, sì, però greve, dolorosa.

Emmebi
bagar

venerdì, 23 ottobre 2009, ore 09:34

Liberate la mente. Lasciatevi conquistare dai segni, i colori, i rimandi, le parole.

Lasciate un segno del vostro passaggio, come fa Emmebì.

Che nessuno passi invano...

comp.anni



   Avevo da fare, da studiare, da leggere, da lavorare, da vedere gli amici, la ragazza, da cantare, andare in montagna, fare politica, partecipare al Sessantotto, anche alle fasi di prima, introduttive, ’63, ’64, ’67, magari a scrivere un po’, solo un pochino dico, etc.
Ce n’era da fare. Però ci riuscivo.
Si vede che dormivo poco, dipingevo di notte.
Cercavo qualcosa, quello che si dice uno stile personale. Ero innamorato, anche abbagliato da tante correnti artistiche contemporanee, non sapevo davvero cosa mi piacesse di più nell’Arte antica & moderna.
Vagavo da Mantegna e Bellini fino al Cubismo alla Metafisica ed al Surrealismo.
Stavo cercando una strada, e sperimentavo espressioni, segni e tecniche, soprattutto l’olio, che non è mica facile, no.
    Per cui vagavo in territori espressivi indistinti, senza confini precisi, studiando ciò che si confaceva più alla mia indole. Stavo scoprendo a tratti, in barlumi appena percepiti, che la pittura, come ricerca, non era solo un fine, poteva essere anche un mezzo per trovare, trovarsi, individuare nel profondo la propria vera natura.
     Un artista lavora col proprio linguaggio, mentre lavora trova, scopre qualche segno che sente più personale, affine, che avverte davvero come, o quasi, unico, e lo adotta; poi, a volte, lo manipola ancora, lo plasma e il risultato è uno stile, il proprio stile.

Emmebi
bagar

giovedì, 22 ottobre 2009, ore 12:54

Altro mondo, altro regalo.

Emmebi, anni 68. Pittore, cultore della bellezza.

Attraverso le sue opere e le sue parole, per qualche giorno, ci fa entrare nel suo universo...

 

comp.anni

 

C’era un volta un pezzo di mattone, di carbone, una pietra aguzza, una matita.
Con quelle cose imbrattavo, rigavo tutto il mondo intorno.
Poi mi hanno ficcato a scuola, il che non mi piacque mai.
Io avrei voluto vivere 15.000 anni fa e fare il mago/pittore delle caverne, dove uno va lì, gli da ‘na gallina scopo pagamento e lui ti disegna sulle pareti, colle terre colorate e col grasso, bisonti, asini, bufali, cervi e donne e bambini e cacciatori.
Niente parole: solo segni.
Poi, nonostante la scuola, giravo intorno gli occhi a guardare tutto, magari anche erbe, alberi, facce di gente, facciate di case, pitture sulle case, interni di chiese antiche, vecchi arredi e magari bei quadri. Ero curioso di tutto.
Mi facevano impazzire gli antichi, i romani e i greci, i loro templi, i vasi, le statue, le colonne, anche gli assiri, i babilonesi, gli egizi.
Avevo 13 anni quando decisi che volevo fare l’archeologo, da grande.
Però mi hanno detto di no. Già.
Insomma mi piacevano da matti le arti.
Allora dopo aver riempito migliaia di fogli di scarabocchi a 20 anni stabilii che volevo fare il pittore sul serio. Ma non feci scuole artistiche, né ebbi maestri.
Guardavo, imparavo, sperimentavo, copiavo.
L’unica che m’insegnò qualcosa di tecnica fu una restauratrice matta come un’anguria da cui lavorai per due anni. In poche parole: imparai a sentire la materia pittorica e a trafficare con essa, a dipingere ad olio, ad usare tempere, acquerelli, carboni, pastelli, a immedesimarmi nel linguaggio del segno lasciato dai pennelli, a pacioccare con la creta, a buttare sulla tela, sulla carta i miei umori, le mie fisime e i miei amori. Avevo dei miti/modelli: la pittura antica; però mi guardavo intorno, mi istruivo e andava facendosi sempre più spazio in me la passione per le visioni cubista e futurista del mondo.
 
Per cui su questa tavola ho composto un po ‘di lavori miei: il primo a sinistra in alto è un quadretto che feci a 14 anni: il fienile di casa mia, che non c’è più, e  le costruzioni di fronte. Le altre cose dicono alcune cose delle mie ricerche degli anni ’60.
Nature morte, gli amici jazzisti, i tram di Torino, il cubismo, la città tentacolare, un paese ligure che molto amo.
 

Emmebi

bagar

mercoledì, 21 ottobre 2009, ore 13:57

Barbara e G. sono molto felici di avervi deliziato sin d'ora, ma come ben sapete, gli adolescenti, nel loro mondo, hanno scuola studio e quant'altro. Perciò, questo, sarà l'ultimo post. Per ora. In futuro, chissà...

E' stato bello ed emozionante entrare, anche per poco, in un mondo che ricordo ma, al tempo stesso, non conosco più.

G. vi ringrazia e io ringrazio lei e spero continuerà a coltivare, con umiltà e passione, i suoi talenti.

E, ricordate, ci sono molti mondi che ci aspettano... :-)

Questo blog vi stupirà (ooooooooooooooohhhhhhhh) :-)

confronto sociale

Milano è la madre di tanti bastardi,una città nera e buia che nasconde la luce in pochi sguardi nascosti. Percorrerla tutta vuol dire conoscere milioni di storie intrecciate da fili sottilissimi che legano insieme le anime che la popolano. Nasconde i suoi segreti nei luoghi più silenziosi della sua anima, dove nessuno si azzarderebbe a cercarle,troppo spaventati persino per essere curioso. Io credo che sia una città magica soprattutto per questo. Mi piace abbracciarla al tramonto,quando pedalo di fretta su per il ponte di Garibaldi per cogliere gli ultimi raggi del sole di Ottobre. Adoro camminare per le vie di Brera che custodiscono facciate scrostate che sorridono dietro gli alberi. E poi mi siedo a guardare la gente che vive questa città, che la riempie di parole assordanti e di silenzi tristi, di vite da scoprire. Vedo solchi sul viso dei barboni che credono di non essere osservati, scavati come mappe geografiche per le loro promesse smarrite. Vedo i sogni dipinti negli occhi delle ragazze che volano leggere con il vento nei capelli, il cielo negli occhi dei bambini. E mi sfugge tra le dita a volte questa storia, allora cerco di rinchiuderla in una foto e lascio che si racconti.
G°.


Signori Qualcuno.Che mi fanno sentir freddo in questa città grigia.
bagar

martedì, 20 ottobre 2009, ore 11:03

 

 

track 12

 

 

 

I ricordi mi sfilano davanti come un vecchio filmino rovinato, le bruciature del tempo e del silenzio. Le immagini si rincorrono in un girotondo senza tregua e sento ancora quel calore sulla pelle, vedo le orme sulla spiaggia e un attimo dopo le onde senza clemenza si portano via i cocci della mia memoria. E di nuovo vedo il sorriso di mia nonna, le rughe sul suo viso incresparsi e la sua risata sonora travolgere tutto come una tempesta. La sua pelle di carta, perfetta, morbida. Mi sembra di sentire il tamburellare delle sue mani che davano il ritmo alla danza sfrenata dei primi fiori di maggio che ondeggiavano senza resistere al vento agrodolce della sera. Sento la voglia di novità mista alla malinconia che viaggiava sulle ali di fiato di quelle notti stellate, la luna e i nostri baci che più che d’amore sapevano di sfida. Mi ricordo il profumo del caffè la domenica mattina, una carezza che arrivava accompagnato dall’odore caldo e morbido del sole. Vedo ancora adesso la luce se chiudo gli occhi, sento il calore sotto i piedi e posso vedere i raggi danzarmi intorno come ballerine tese sulle punte. Mi ricordo tutto questo ora abbandonata alla corrente, un corpo inerme, sirena, mezzo pesante in movimento. Mi ricordo tutto questo e dentro dove scorre ancora come veleno, sento il dolore.
G.°


Ragazza che al tramonto si è fermata per un secondo ad ascoltare il vento.
Foruni, Agosto 2009.
bagar

lunedì, 19 ottobre 2009, ore 09:41

Facciamo che G. starà con noi ancora qualche giorno...

bambina

 

C'è questa bimba, che corre.Con una bandiera in mano, rosa. Sembra un piccolo fulmine che scuote il cielo, un universo di energia cinetica incredibilmente potente. Ha il nome di un fiore, Leila, ma io questo ancora non lo so. La guardo, come si guarda l'arcobaleno alla fine della giornata,perchè in questo periodo mi manca, l'arcobaleno. Mi manca la capacità di rimanere a guardarlo affascinata, mi manca l'innocenza, l'essere bambina,lo scorrazzare nella folla con una bandiera in mano e nell'altra il futuro ancora sbiadito. E mentre penso e ti fotografo, sento il tuo nome e la tua risata. Leila.



Milano, Settembre 2009.
Leila. Che mi hai fatto tornare in mente com'era essere bambina. 

 

bagar