sabato, 17 maggio 2008, ore 10:49




Ho tra le mani un piccolo libro. Esplosivo, potente. S'intitola: I diritti umani e le usurpazioni papali. Lo scrisse Voltaire e lo diede alle stampe nel 1768.

"L'autore del Candide ripercorre qui, con il consueto stile asciutto e caustico, la storia e la geografia di queste "usurpazioni papali" spaziando da Napoli alla Sicilia, da Ferrara al Lazio: Voltaire ha attinto da fonti storiche e aneddotiche; partendo dalla Donazione di Costantino, falsificazione elaborata probabilmente nel corso dell'VIII secolo per consolidare il potere della chiesa romana si giunge attraverso i secoli alle più recenti bolle papali".

 

(Dall'introduzione di Paolo Fontana).


Siccome dalla storia dovremmo imparare (cosa che non accade praticamente mai) e, soprattutto, la storia oltre che conoscerla, NON dovremmo scordarla, vi propongo un breve brano tratto da questo che, per me, è un preziosissimo libercolo. Buona lettura. (E ricordate mentre leggete che non l'hanno detto né Grillo, né Travaglio, ma Voltaire. Era il '68, ma del 1700. No, preciso, nel caso qualcuno volesse fare querela...).

"Nasce in Galilea una religione tutta fondata sulla povertà, sull'uguaglianza, sull'odio contro la ricchezza ed i ricchi: una religione dove si dice che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nei regno dei cieli; dove si dice che il ricco Epulone è condannato semplicemente per essere stato ricco; dove Anania e Saffira sono puniti con la morte istantanea per aver tenuto per sé di che vivere; dove viene ordinato ai discepoli di non fare mai provviste per il giorno dopo; dove Gesù Cristo, figlio di Dio, Dio lui stesso, pronuncia quelle terribili profezie contro l'ambizione e l'avarizia: 'Non sono venuto per essere servito, ma per servire.  Non ci sarà mai tra voi né primo né ultimo. Colui che vorrà diventare grande fra voi sia umiliato. Colui che vorrà essere primo sia l'ultimo.'
La vita dei primi discepoli è conforme a questi precetti: san Paolo lavora con le sue mani e san Pietro si guadagna da vivere. Che rapporto c'è tra quell'istituzione e il dominio di Roma, della Sabina, dell'Umbria, dell'Emilia, di Ferrara, di Ravenna, della Pentapoli, del Bolognese, di Comacchio, di Benevento, di Avignone? Non pare che il Vangelo abbia dato queste terre al papa, a meno che il Vangelo non assomigli alla regola dei Teatini nella quale fu detto che sarebbero stati vestiti di bianco e, a margine, si scrisse: vale a dire in nero.
Questa grandezza dei papi e le loro pretese, mille volte più grandi, non sono più consone alla politica ed alla ragione che alla parola di Dio poiché esse hanno sconvolto l'Europa e fatto scorrere fiumi di sangue per settecento anni.
La politica e la ragione esigono, in tutto l'universo, che ciascuno goda del proprio bene e che ogni Stato sia indipendente."

Voltaire, I diritti umani e le usurpazioni papali, ed. Mobydick

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venerdì, 16 maggio 2008, ore 10:18
postato da bagar in parole, quelle vere, chiara passarella • P.link

 

di
Chiara Passarella

 
Viaggio controcorrente
 
Ostinata
in controsenso
e gonne corte
risali
la piena del fiume

gialli occhi invidiosi
ti spiano
travestiti
da rami secchi
addobbati a festa
pronti per il rogo

né schiava né regina dell’harem
di azzurro trafiggi
chi adorandoti
prega la metamorfosi
purificatrice di coscienze
immature

Sorda alle suppliche
schiacciata dal dolore
lentamente
a fatica
risali la corrente
 
 
 
 
Senso di colpa
 
Rannicchiata sto
in grembo mio
materno
prigione
di arcaici doveri
e osservo
marchi invisibili
di fedeli catene
agognate da molte

Implorante sto
ingrata alla sorte
in spazi di solitudine
immune da corpi conosciuti

Nei visi afoni
di muti giudicanti
vedo mia bocca
pronunciare condanna a morte
e lieve striscia di fumo
disegnare in cielo
ultima traccia
di mio sinuoso profilo
 

da Frammenti di un'anima in lapislazzuli di Chiara Passarella, edizioni Tracce
( pag. 59; € 9,00)


"In ogni cosa, ogni albero, in una foglia caduta, un ciottolo di fiume, nella pioggia che si posa sulle panchine e su tavolini del bar, nelle espressioni minime del vivere di ogni giorno, Chiara ritrova il segno del ricordo, della passione, il senso del dovere che imbullona la vita al suo transito quotidiano, alla dimensione sociale e familiare dove pure la quiete gorgoglia come un ruscello canoro. Eppure mai manca in Chiara la consapevolezza di un’ostinazione verso l’esistenza, la volontà di un viaggio controcorrente, in direzione contraria al flusso degli eventi, alla ricerca di un destino che smascheri le apparenze, le ipocrisie, sempre alla ricerca di un vivere da affrontare con l’anima, sapendo che è meglio amare e lasciarsi che non aver amato mai."

(Luca Benassi, Noidonne, maggio 2008)

Chiara Passarella è nata a Terni nel 1960.
Ha partecipato negli anni 2002 2004 e 2006 al Concorso Internazionale 'Lune di Primavera' classificandosi sempre ai primi posti. Le relative poesie sono pubblicate nei volumi “DisArmonie”. Nel novembre del 2004 ha letto alcune sue poesie in occasione dell’80° compleanno della senatrice Lidia Menapace.
Altre poesie sono pubblicate nel volume “La donna e il lavoro” edito dall’Inail e Anmil per la giornata internazionale della donna.
Ha curato l’organizzazione presso la Biblioteca Comunale di Terni nel maggio del 2004 della presentazione del libro di poesie di Sandro Pioli “Lo Specchio” vincitore del Premio Elsa Morante, di cui ha scritto la prefazione.
E' presente nell’edizione “Poesie per le donne 2006” edito dall’Associazione Minerva e nel marzo dello stesso anno è stata finalista al Premio Letterario Nazionale Giorgio Belli.
Nel dicembre 2006 ha ricevuto la segnalazione con merito da parte della giuria presieduta da Maria Luisa Spaziani nella sezione poesia del Premio Letterario Nazionale Scriveredonna a Pescara.
E’ stata presente nel mese di marzo 2007 alla seconda edizione del   "Premio Mimosa : la Poesia “ ricevendo un attestato di merito.
Oltre a scrivere poesie ha pubblicato alcuni racconti nella rivista letteraria “Storie”.
A fine ottobre 2007 è stata pubblicata dall’editore Tracce la silloge di poesie : “Frammenti di un’anima in lapislazzuli”, opera prima dell’autrice, con prefazione a cura della poetessa brasiliana, candidata al Nobel, Marcia Theophilo.
 
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giovedì, 15 maggio 2008, ore 17:13
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UNICEF: IN MYANMAR UN DISASTRO COME LO TSUNAMI
 
Potrebbero essere 2,5 milioni le persone colpite dal ciclone Nargis: il 40% si stima siano bambini. L’UNICEF Italia stanzia 300 mila euro.   
 
New York, 15 maggio 2007 – La devastazione provocata dal ciclone Nargis potrebbe presto trasformarsi in una catastrofe umanitaria: secondo le ultime stime ONU, le persone gravemente colpite potrebbero essere 2,5 milioni, con un bilancio di vittime tra 62.000 e 100.000 morti.
 
E’ come lo tsunami”, ha dichiarato Osamu Kunii, Responsabile per sanità e nutrizione dell’UNICEF dopo aver visitato alcune delle aree colpite: “Abbiamo visto un grandissimo numero di persone senza tetto e sfollate aggirarsi sperdute, prive d’acqua, cibo e assistenza medica. La maggior parte delle fonti idriche sono state contaminate da acqua salmastra o gravemente contaminata”.
 
L’UNICEF ha dispiegato 11 team mobili nelle aree dell’Irrawaddy e Yangon, le più colpite dal disastro: finora le missioni sul campo sono state 57, raggiungendo con aiuti e prima assistenza 17 cittadine di Yangon, 6 dell’Irrawaddy e 4 di Bago. Il team UNICEF inviato nell’area di Laputta indica oltre 30 campi sfollati sorti disordinatamente, con molte persone costrette a dormire sotto la pioggia per strada o per terra in scuole e monasteri. Un altro team UNICEF ha raggiunto in battello due villaggi dell’Irrawaddy, dove su 500 case solo 4 non sono state spazzate via dalle acque. Molti i bambini sfollati presenti nei campi, decine dei quali rimasti separati dai genitori.
 
In tutte le aree visitate, i team dell’UNICEF continuano a distribuire compresse per potabilizzare l’acqua - che stanno permettendo in molti villaggi di utilizzare l’acqua delle fonti idriche altrimenti contaminate – e sali di reidratazione orale per la diarrea acuta, insieme a medicine, zanzariere e materiali da riparo: quotidianamente, i team UNICEF stanno distribuendo aiuti e scorte mediche a famiglie, ospedali e a più di 13 Ong partner, avviando la vaccinazione d’emergenza contro il morbillo con più di 630 bambini finora vaccinati.
 
Finora l’UNICEF non ha avuto nessun problema con il Governo per la distribuzione degli aiuti e la libertà di movimento. In nessun caso gli aiuti UNICEF sono stati consegnati ai militari, venendo distribuiti direttamente - per terra e per mare - a famiglie ed ospedali in collaborazione con la Croce Rossa locale. Finora 6 voli d’aiuti sono arrivati a Yangon e 3 cargo via mare a Singapore, per essere caricati su battelli più piccoli in grado di attraccare al porto vecchio di Yangon, l’unico aperto, dati i danni al porto principale. L’UNICEF ha sul campo 130 operatori e ha appena ottenuto 7 nuovi visti, con altri  14 per ora pendenti: il personale è composto da addetti ai programmi, tecnici, specialisti. 
 
Nella giornata di ieri, 17 camion d’aiuti UNICEF sono stati inviati nell’Irrawaddy e 5 a Yangon; un’altro camion distribuirà oggi medicinali, gabinetti e compresse per l’acqua. Gli aiuti inviati negli ultimi giorni in 12 località dell’Irrawaddy permetteranno la cura di 170.000 pazienti e 4.300 parti sicuri, oltre a rendere subito disponibili 1,87 milioni di compresse per l’acqua, 468 sistemi di potabilizzazione idrica, 1.420 gabinetti e 20.000 teli impermeabili per ripari d’emergenza.
 
L’UNICEF ha avviato la ricerca delle famiglie di 69 bambini rimasti soli e, per proteggere i bambini sfollati, ha finora allestito 8 spazi a misura di bambino, distribuendo ad Ong partner materiali per allestirne altri 20. Secondo le ultime rilevazioni, inoltre, le scuole crollate sono più di 1.200 e altre 2.300 sono state scoperchiate del tetto: per i bambini senza più accesso a scuola, l’UNICEF sta preparando la distribuzione di 3.000 kit scolastici d’emergenza.
 
L’UNICEF Italia ha stanziato 300.000 euro dalle sue riserve d’emergenza per sostenere gli interventi e gli aiuti ai bambini e alle popolazioni colpite, mentre è in corso una vera e propria gara di solidarietà tra i donatori italiani.


Come aiutare 
 
UNICEF e PAM (Programma Alimentare Mondiale) hanno attivato congiuntamente un SMS solidale e un conto corrente bancario.
 
Basta inviare un SMS al numero 48581 dal telefonino personale TIM, Vodafone, Wind e 3 per donare 1 euro. La donazione sarà di 2 euro chiamando lo stesso numero 48581 dal telefono fisso Telecom Italia.
 
E’ anche possibile effettuare donazioni bancarie sul conto corrente congiunto PAM-UNICEF presso
Banca Etica, conto n. 303030, Filiale di Roma, Via Rasella 14, ABI 05018 CAB 03200, “UNICEF-PAM per Myanmar”.
 
E' inoltre possibile sostenere l’azione dell’UNICEF a favore dei bambini colpiti dal ciclone in Myanmar con un versamento tramite:
 
 -carta di credito su www.unicef o chiamando il n. verde UNICEF 800-745-000
-cc postale n. 745.000 intestato a Comitato Italiano per l’UNICEF, causale “Emergenza Myanmar”.
 
- cc bancario n. 000.000.510051, Banca Popolare Etica, CIN R, ABI 05018, CAB 03200, IBAN: IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051, intestato a Comitato Italiano per l’UNICEF, causale “Emergenza Myanmar”.
 
- donazione presso la sede UNICEF della tua città (elenco su www.unicef.it).
 
 
Per maggiori informazioni: Ufficio stampa UNICEF Italia, tel.: 06/47809233/287– e-mail: press@unicef.it, sito-web: www.unicef.it
 
 
 
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giovedì, 15 maggio 2008, ore 10:46
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di
Ida Ferrari
 
 
Il ristorante era di quelli che quando entri i passi diventano felpati, la luce soffusa ti avvolge e il cameriere è premuroso.
Non mi aspettavo che mi portasse in un posto così bello. Non per questo mi pentii della mia decisione: inutile nascondersi.
Lui scostò la sedia e io mi slacciai il cappotto. Lo tolsi senza apparente difficoltà. Sotto avevo un tubino nero senza maniche e un filo di perle di mia madre solo leggermente ingiallite. Porsi il cappotto al cameriere mi sedetti.
Lui mi osservava e io non lo guardavo. Tenevo gli occhi fissi sul piatto vuoto e potevo solo immaginare. Non si stava soffermando sulle mia labbra carnose, né sulle mie ciglia folte o sul mio decolletè generoso. Nemmeno sui miei capelli lunghi, lucidi e neri.
Lanciai un’occhiata al cameriere in paziente attesa a distanza discreta. Distolse lo sguardo stupito dal mio moncherino che finiva appena oltre il gomito.
Immaginai il disgusto  del mio accompagnatore.
L’avevo conosciuto ieri, nella confusione degli amici comuni. Portavo la protesi sotto il piumino e i guanti, fuori dal cinema. Avevamo discusso del film che era stato una pizza e su questo eravamo d’accordo e avevamo riso insieme in un feeling illusorio.
Mi convinsi che stesse guardando proprio lì dove la pelle era stata unita e cucita e ora era liscia e non c’erano dita da intrecciare con le sue.
Pensai malignamente che dovevo guardarlo fisso negli occhi, volevo che si sentisse imbarazzato e cominciasse a inventarsi un sacco di storie che sarebbero confluite tutte nello stesso epilogo: non ci saremmo visti mai più.
Contai fino a tre e lo guardai. Lo guardai fisso negli occhi e poi leggermente più su. Portava un palese parrucchino del quale ieri non mi ero accorta. Terribile e ancora più improbabile sul viso fresco.
Credo che il mio sguardo rivelasse tutto il mio stupore e una punta di disgusto.
“Tu… tu hai dei capelli bellissimi,” disse lui.
 Sorrise e mi porse il menù.
 
   
Ida Ferrari ha frequentato un corso di scrittura alla scuola Holden di Torino per due
anni (Holdenclub che si teneva nel fine settimana nel 2003 e 2004). Il racconto Capelli è stato scritto alla Holden durante una lezione. Si doveva osservare la fotografia di una donna bellissima alla quale mancava la parte inferiore del braccio e trarne un racconto.
 
Ha pubblicato sette racconti su riviste femminili ed è arrivata finalista al premio Voci di Donne nel 2000 con un racconto e pubblicazione in libro collettivo. 
Ha partecipato e vinto la selezione per il thriller scritto a più mani di Coloradooir (www.coloradonoir.it). Il suo è il II cap. 
Da poco collabora con Blogosfere.
 
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mercoledì, 14 maggio 2008, ore 09:12

 

Da oggi in libreria

 

 

 

Mondadori
p.330
€ 9,00

Le autrici

Maria Pia Ammirati + Alessandra Appiano + Stefania Bertola + Anna Carugati + Dede Cavalleri + Luisa Ciuni + Maria Corbi + Geppi Cucciari + Donatella Diamanti + Tiziana Ferrario + Chiara Gamberale + Barbara Garlaschelli + Laura Laurenzi + Lorenza Lei + Loredana Lipperini + Elena Mora + Maria Rita Parsi + Gabriella Piroli + Emanuela Rosa-Clot + Nivolta Sipos + Neliana Tersigni + Rosa Teruzzi + Annamaria Testa + Lautra Toscano + Silvia Vaccarezza + Nicoletta Vallorani

Il ricavato dei diritti d'autore di questo libro verrà devoluto all'unicef per il seguente progetto: 

 

EGITTO, PORRE FINE ALLE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI E’ POSSIBILE

 
Tra 100 e 140 milioni di donne e bambine in tutto il mondo sono state sottoposte a forme di mutilazioni genitali, lesive dell’integrità fisica e nocive per lo sviluppo della persona. Sebbene vi siano stati segnali di miglioramento, in particolare l’abbandono della pratica da parte di diverse comunità del Senegal, la mutilazione o taglio dei genitali femminili viene ancora praticata, ogni anno, a danno di oltre 3 milioni di bambine nel solo continente africano, secondo recentissimi dati UNICEF.
         La pratica delle mutilazioni genitali femminili provoca danni fisici irreparabili, può dare luogo a problemi di carattere psicologico e potenzialmente rappresenta una minaccia per la vita stessa di chi vi è sottoposto. La mutilazione viene di solito effettuata su bambine e adolescenti tra i 6 e i 15 anni. In alcuni paesi però circa la metà delle mutilazioni genitali femminili è praticata su bambine di meno di 1 anno.
         Alla Sessione Speciale ONU del 2002 sui diritti dell’infanzia i governi si sono impegnati a porre fine alla pratica delle mutilazioni genitali femminili entro il 2010: è un obiettivo ambizioso, ma, agendo subito, si può contribuire ad arginare questa pratica, tutelando la salute delle bambine e assicurando che i loro diritti fondamentali siano rispettati.
         L’UNICEF è attivamente impegnata nella lotta per l’eliminazione di tutte le forme di mutilazione genitale femminile, e lavora a stretto contatto con l’OMS, l’UNFPA, l’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani, e ONG guida del settore, come la senegalese TOSTAN.
         Un caso particolare e poco noto è quello dell’Egitto, dove secondoricerche recenti promosse dall’UNICEF l’80% circa delle adolescenti tra 15 e 17 anni ha subito forme di mutilazioni genitali. La pratica è presente sia tra la popolazione musulmana che tra quella copta, e anche se è più diffusa nelle aree rurali si riscontra in tutto il paese. Tuttavia, come annunciato con un pubblico impegno lo scorso settembre dalla First Lady egiziana, Suzanne Mubarak, ci sono molti segnali positivi e grazie alle campagne in corso si prevede che la percentuale cali almeno al 60% entro i prossimi dieci anni. I programmi UNICEF a riguardo attuati in collaborazione con il National Council on Childhood and Motherhood (NCCM), hanno puntato sia al lavoro con le comunità locali, sia all’azione di pressione sulle autorità nazionali e locali.
Sul piano normativo, il decreto n. 271 del giugno 2007, che vieta esplicitamente a qualunque medico o paramedico di praticare le mutilazioni, ha segnato un importante progresso. Ma soprattutto, il Consiglio Supremo di Ricerca Islamica dell’’Università Al-Azhar ha emesso una dichiarazione formale ribadendo che le mutilazioni genitali non hanno alcun fondamento nei precetti dell’Islam, che sono dannose e non devono essere praticate. E il Gran Mufti Ali Gomaa ha emesso una “fatwa” di condanna delle mutilazioni.
            Nel lavoro con le comunità locali, l’UNICEF e il NCCM promuovono il modello dei “Villaggi senza FGM”, operando in 120 villaggi rurali dell’Alto e basso Egitto, coinvolgendo tutte le componenti della società locale, personale sanitario, leader religiosi, capi famiglia, in un dialogo serrato sul problema delle mutilazioni, utilizzando motivazioni sanitarie ma anche un approccio basato sui diritti umani, dei bambini e delle bambine, per arrivare a un pubbliche dichiarazioni d’impegno ad abolire sia le mutilazioni sia i matrimoni precoci. Il movimento si sta allargando, con notevoli risultati, e gli operatori delle ONG partner e i volontari delle Nazioni Unite moltiplicano i gruppi di discussione e presa di coscienza del problema nelle scuole, nelle università, nei centri giovanili.
            In questo momento storico di potenziale cambiamento di tradizioni radicate, sottolinea l’UNICEF, l’Egitto – e le donne e le bambine egiziane anzitutto – hanno bisogno del massimo sostegno, per vincere la battaglia contro le mutilazioni genitali femminili.
Le autrici di facce di bronzo hanno deciso di devolvere il 100% dei diritti d’autore di questo libro per appoggiare questo progetto.
 
 

Il 20 maggio, alle ore 18,30 alla libreria Mondadori in piazza Duomo a Milano, ci sarà la prima presentazione di Facce di Bronzo, con: Geppi Cucciari, Alssandro Appiano, Adele Cavalleri, Luisa Ciuni, Donatella Diamanti, Barbara Garlaschelli, Elena Mora, Gabriella Piroli, Emanuela Rosa-Clot, Nicoletta Sipos, Rosa Teruzzi, Annamaria Testa, Nicoletta Vallorani

 

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martedì, 13 maggio 2008, ore 11:24

 

 

Oggi la legge Basaglia compie 30 anni

"Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. E' una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l'irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita."

(in Conferenze brasiliane, 1979)

I temi della "follia", del "diverso" mi hanno sempre toccata e coinvolta. Qualche anno fa ho avuto la grande, preziosa occasione di incontrare uomini e donne di un Cps (Centro Psicosociale, i luoghi di cura per malati mentali, nati dopo l'abolizione dei manicomi) milanese. E' stata una delle esperienze più importanti della mia vita. Il libro non ha avuto un percorso editoriale facile: nessun grande editore lo ha voluto pubblicare perché il tema della "follia", se poi trattato non come "fiction" ma come testimonianza, non è "vendibile". C'è voluto il coraggio di un piccolo editore, Mobydick, perché FramMenti vedesse la luce. Non solo è stato pubblicato, ma anche venduto e letto e, presto, verrà portato in scena sotto forma di reading.

Di nuovo mi ritrovo a ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla nascita di questo libro. Incontrarli, parlarci, ascoltarli è stato uno dei momenti più "alti" della mia esperienza di essere umano e di autrice.

 

edizioni Mobydick
collana I Saggi
p.176
€ 16,00

 

 

 

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lunedì, 12 maggio 2008, ore 10:29

 

 

 

MILANO, ORE 3,00
di
Barbara Garlaschelli
 
 
 
 
Milano città di carezze al vetriolo. Milano che quando dorme ringhia, che quando sorride fa paura, che quando piange non convince. Milano lanciata nel futuro, sprofondata nel passato. Provinciale come una contadina vestita per la festa. Milano che ha un odore che non si riesce a definire. Milano che per amarla devi amarla davvero. In uno scorcio, in un cortile, in un angolo nascosto.
Ecco, sì, Milano, che amarla devi amarla di nascosto.
Senza che lei se ne accorga.
 
 
Via Mac Mahon. Sara apre gli occhi di colpo e resta in ascolto. E' sicura di aver sentito un rumore, e non si tratta di un sogno. Rumore come di passi e bisbigli. Si mette seduta di scatto e fissa lo sguardo nel buio, che non è proprio buio perché Gianni non ha tirato giù bene la tapparella e la luce dei lampioni trapassa le fessure, strisciando sul parquet  fino al loro letto. Volta la testa e guarda la forma di Gianni accanto a sé, sotto le coperte. Lui dorme. Già. Lui dorme. Potrebbe esserci anche un bombardamento aereo che lui dormirebbe. Sara dà un'occhiata alla sveglia. I numeri digitali segnano le 3.00. Le 3.00 e lei è sveglia. Ma non c'è nessun rumore. Anzi, persiste uno strano silenzio, che a Milano di silenzio non ce n'è mai, nemmeno di notte. Si alza e a piedi nudi va in salotto. Si avvicina alla finestra e dà un'occhiata fuori. Al di là della via, oltre gli alberi che sfilano al fianco delle rotaie del tram, intravede la sagoma massiccia di quella che una volta è stata la sua scuola media. Scuola media Piatti. Bei tempi, pensa Sara. Ora non sa più cos'è, un istituto tecnico, una roba così. Cambiamenti... Sbadiglia. Ecco, quello è un tema a cui è meglio non pensare alle 3.00 di notte... Sara resta lì a fissare il buio che non è buio con tutti quei lampioni. Cambiamenti... Brrrr...
 
Via Washington. Non ci devo più uscire con quella stronza. Mi costa un occhio e non ottengo un cazzo. Due ore a parlarmi dei suoi progetti per l'allestimento della mostra. Dico, è vero che le ho chiesto di vederci per raccontarci le ultime novità, ma non ci vuole un'aquila a capire cosa voglio davvero. E' la terza volta che la porto fuori a cena, e poi da un locale all'altro. Cazzo, regge l'alcol come un marinaio e io guarda come sono conciato... che ore sono? Le tre! Cazzo, le tre e domani mattina... domani... oggi! ho l'incontro con l'avvocato... L'altra stronza che mi spennerà come un pollo per  gli alimenti... ma perché continuo a frequentarle le donne?Una stronza via l'altra e chi più ne ha più ne metta... 'Sta macchina del cazzo, perché non ha le ali?
 
Porta Venezia. L'uomo barcolla, fa due passi e una giravolta su se stesso. Si piega in due, le mani strette ai fianchi. Inspira lentamente. Espira. Inspira. Espira. Si raddrizza. Ondeggia. Ricomincia a camminare su una linea immaginaria decisamente obliqua che lo fa sbattere contro il muro di un palazzo. Picchia la fronte. Bestemmia. Si volta e scivola piano piano lungo il muro che gli gratta la schiena e gli arrotola la camicia fin sul collo. Finisce seduto, a gambe divaricate, distese davanti a lui, lo sguardo fisso sulle luci di Corso Buenos Aires. Una bottiglia vuota rotola via dalla sua mano e cade giù dal marciapiede. Senza rompersi.
 
Via Torino. Le tre ragazze ridono. Sedute sul marciapiede davanti al bar, ridono. Una risata argentina, disinibita e piena. Non sono ubriache, ma decisamente allegre. Ridono, anche se non sanno bene di cosa. Ridono da due ore, così, senza fermarsi, dicendo una fesseria dietro l'altra, ridendo come se fossero battute fantastiche e invece sono scemenze, ma è per questo che è bello ridere, perché non c'è ragione. Quella bionda si accende una sigaretta e gira la testa verso le altre due che, improvvisamente serie, la stanno osservando. "Allora? Che avete da fissarmi così?" Come se avesse tolto la sicura a una bomba a mano, le due esplodono in una risata. Di quelle belle, di pancia. Hanno una risata travolgente queste due e la terza non può fare altro che imitarle. Con la sigaretta accesa tra le dita ride, come se fosse l'unica cosa da fare al mondo.
 
Via Cenisio. L'auto procede piano. La merce esposta è tanta. I soldi si devono spendere bene. Mica uno li fabbrica, i soldi. Magari! Pensa: una macchina che fa i soldi! Potesse averla sai le scopate che si farebbe! Guarda te che altezza queste... Questi? E' la prima volta che viene qui. Non è mica la sua zona, questa. Ma il Gigi gli ha detto che almeno una volta nella vita con un trans si deve provare. Lui gli ha risposto. "Ma te sei scemo! Io con un uomo?" "Ma il trans è un'altra cosa, pirla!". Sarà, ma a lui piacciono le donne donne. Però l'idea ha cominciato a germogliargli nel cervello. Un'idea che prima era una roba piccola, una roba che potevi anche dimenticarti che c'era. E poi ha cominciato a crescere, crescere... e adesso è qui. Non lo saprà nessuno, eh, nemmeno il Gigi. E poi magari finisce che va a casa senza fare niente, che a lui queste - questi? - così alti gli fanno un po' impressione. Per ora, comunque, procede piano.
 
Montestella. Non c'è in giro un'anima a quest'ora. E il silenzio è davvero silenzio. A Milano capita raramente e non dappertutto che il silenzio sia silenzio. Qui succede. Dura pochissimo, un quarto d'ora al massimo ma è un silenzio perfetto. Nessun motore d'auto, nessun abbaiare, nessuna voce. Niente di niente. Un silenzio di cristallo. Splendente e fragile.
 
Corso di Porta Ticinese. La giovane donna è seduta di fronte al computer. Lo schermo è l'unica fonte luminosa. L'orologio sul polso le dice che sono le tre. Ed è notte. Un'ora perfetta per scrivere a un'amica. "Ferragosto a Milano resta sempre una bella esperienza: per alcuni giorni questa città spopolata pare umana, il telefono tace e le persone sono più gentili perché avvolte in quella sospensione (depressione) della città chiusa per ferie. Non ti nascondo comunque una certa voglia di essere al mare in ben altra sospensione. La pancia aumenta (più che del parto sono in attesa dello scoppio) e io non mi sento così in forma come dovrei: saranno gli anni, la paura, o, ne sono certa, ben altro. Vagamente tranquillizzata rispetto alle ansie della scorsa settimana, aspetto assaporando la lentezza a libri aperti: e chi mai poteva più studiare? Sempre triste per la mancanza di una meta enorme, di quelle che non fanno dormire, ma appagata dalla quotidianità. Nb: la solita deformazione per cui la maternità non è contemplata tra le mete enormi ma quale normalità del vivere... Da ieri possiedo anche una macchina per cucire: idea regalo di Dave. Non la so usare ma lui, convinto della mia immortalità, ritiene che avrò tempo
sufficiente per imparare. Come per tutto io mi sento solo la voglia ma non certo l'impegno e ancor meno la determinazione per farlo. Goditi la meritata estate, qui a Milano sembra già tramontata dietro una collina. Baci MAaria
Aspetto tue notizie."
 
Via Tiziano. Mucche volanti. E palle colorate. Una montagna di caramelle. E la faccia di mamma. Sorride. Sorride. Sorride. A Mattia, che ride e vola. Come le palline colorate appese sopra il suo lettino. Acqua. Acqua. Acqua blu cobalto. Pesci gialli rossi e verdi. Mattia si agita nel letto, stringe le manine, rilascia un sospiro. Mugola nel sonno. E riprende a rincorrere mucche volanti.
 
Malpensa. Fa no con la testa. "Signorina, potrebbe ricontrollare? Il mio volo era previsto per le otto di ieri sera, sono le tre di mattina, pensa che ce la farò a partire prima di Natale? Considerando che siamo in piena estate esiste un ragionevole margine di tempo, non trova?". E' sempre così: quado la situazione si fa insostenibile, lui sfodera questo sarcasmo a lama di coltello. Amelia lo adora quando fa così. Dolores lo detesta. Monica non lo capisce. E questa stronza di impiegata lo compatisce. E fa no con la testa. "Siamo spiacenti, signore. Gli assistenti di volo sono ancora in sciopero." Lui la fissa con occhio assasssino. Rovista nel suo cervello alla ricerca di qualche altra battuta tagliente, come un barbone in un bidone dell'immondizia. Con il medesimo risultato: immondizia, per l'appunto. Si volta impettito e si dirige verso la fila di sedie davanti a lui dove spera di addormentarsi. Anzi, no. Svenire.
 
 
Milano cantico senza rime e senza poesia. Milano che non ti accoglie mai: malamente ti sopporta. Milano, troppo facile dire annegata nello smog e nel cemento. Milano dei centri sociali e delle grandi case editrici. Della Stazione Centrale, del grattacielo Pirelli in nuovo splendore. Milano che non splende mai.
Milano che pochi la amano.
Povera città grondante ipocriti cittadini modello.
Milano di notte.
Milano di giorno.
Milano.
Qualcuno, prima o poi, dovrà chiederle scusa.


Questo racconto è presente nel bellissimo libro fotografico Milano Noir, della Todaro editore. Gli altri autori: Gianluca Bucci (autore delle foto in bianco e nero, splendide), Piero Colaprico, Raffaele Crovi, Giorgio Faletti,  Andrea G. Pinketts, Bebo Storti, Nicoletta Vallorani
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sabato, 10 maggio 2008, ore 09:48




Nicoletta Vallorani



di
Nicoletta Val
lorani

 
 
Chi fa di mestiere l’insegnante, e lo ha fatto per tutta la sua vita adulta, non ha moltissima consuetudine col silenzio, nel senso che gli capita di rado di goderne. Se è bravo, impara detestarne un tipo, che va sotto il nome di silenzio-indifferenza, e ad amarne un altro: quella specie rara di assenza di voci in un’aula affollata che è il silenzio rapito. Ho fatto l’insegnante per tutta la mia vita adulta. Nella scuola superiore, ho campionato silenzi-interrogazione, silenzi-predica, silenzi-torpore, silenzi-giornata di pioggia e via dicendo. Di norma, preferivo il fertile caos della discussione, ma lì i numeri erano limitati e di rado mi è capitato di avere in classe studenti che non avrebbero voluto condividere con me neanche lo stesso fuso orario. Sono stata fortunata, immagino. All’università, invece, si lavora con grandi numeri e in aule sconfinate come continenti in guerra. A scopo difensivo, molti miei colleghi di ora, all’università, sviluppano una predilezione per il silenzio-indifferenza, articolando il corrispettivo insegnamento neutrale, che dell’indifferenza è il fratello gemello. Non è il mio caso. Anni fa, all’inizio della mia carriera universitaria, mi è capitato di avere un corso affollatissimo. Insegnavo Lingua inglese, e lavoravo sulla retorica dei reportage giornalistici di guerra. Erano tempi complicati: nel 2003, gli USA invadevano l’Iraq, intenti a portare la pace a colpi di mortaio. Si faceva un gran parlare di missioni destinate a sostenere i civili, e intanto proprio i civili schiattavano come mosche, intrappolati nella carta moschicida di un conflitto in corso. In questo bel contesto, io selezionavo pagine di giornale e le proponevo a un paio di centinaia di studenti, partendo dall’ardita ipotesi che si potesse imparare qualcosa di più sul lessico inglese analizzandone lo scempio che ne facevano le star della politica internazionale. E una volta portai in aula un articolo sulle “bombe a grappolo”: ordigni multipli al primo posto nella hit parade del massacro bellico casuale. Tecnicamente, la lezione aveva a che fare con la distinzione tra significato denotativo (e.g. sedia = l’oggetto sedia che il termine designa) e significato connotativo (e.g. sedia = attrezzo sul quale posso riposarmi quando sono stanco). Il fatto è che non parlavamo di sedie, ma di bombe a grappolo. Così, mi trovai a mostrare immagini di bombe a grappolo (= significato denotativo dell’espressione “cluster bomb”), per poi passare a descrivere, con la medesima dovizia di immagini, gli sgradevoli effetti collaterali che le cluster bomb producono su un bambino iracheno che, per esempio, raccoglie un grazioso cilindretto giallo inesploso e ci si mette a giocare finché quello non decide di esplodere. E il bambino salta per aria: e questo è, appunto, il significato connotativo. Devo ammettere - a mio merito o a mia discolpa, a seconda dei punti di vista – che non avevo pianificato la cosa: non avevo ragionato cioè sulla reazione possibile delle duecento testoline pensanti che mi trovavo davanti, e che si esibirono in uno dei silenzi rapiti più profondi e inquietanti della mia vita professionale. Non volava una mosca, persino i pensieri stavano immobili per non disturbare. In quel silenzio di Chiesa, ho chiesto se avessero capito. Dal fondo dell’aula, la vocetta di una ragazza dai capelli rossi recitò, in un inglese pulito e scolastico, il succo dell’intera lezione. E in pratica era una dichiarazione contro la guerra in tutte le più strampalate articolazioni retoriche imbastite dai politici, che – bontà loro – in guerra non ci vanno. Quella ragazza si è poi laureata, e come molti altri – forse con un po’ di consapevolezza in più – è entrata nel mondo degli adulti. Ci siamo riviste spesso, dopo e grazie a quel surreale silenzio. E ancora oggi sono forse stupidamente orgogliosa di aver mediato con una semplice lezione di lingua inglese la comprensione di un concetto fondamentale. Vonnegut, in quella bellissima, esilarante e terribile storia del bombardamento di Dresda che è Mattatoio n.5, scrive: “Non c’è niente di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non debbano più dir niente o voler niente. Dopo un massacro, tutto dovrebbe esser tranquillo, e infatti lo è, sempre, salvo per gli uccelli. Che cosa dicono gli uccelli? Tutto quello che c’è da dire su un massacro; cose come “Puu-tii-uuit?”.
Appunto: “Puu-tii-uuit?”
 


Forse il più famoso libro di Nicoletta

Quello che ho amato di più, in assoluto

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venerdì, 09 maggio 2008, ore 09:31

 

Di nuovo ospito uno scritto di Paola Rondini, autrice del romanzo Miniature. Una bella storia che utilizza il genere thrilling per raccontare di un viaggio, non solo attraverso l'Europa, ma nella verità e nelle passioni dei tre protagonisti:Daniel Biasi, Iago Milar e Milla. Tre personaggi indimenticabili.



Fanucci editore
p. 288
€ 16,5

 

 

PIRAMIDI

di
Paola Rondini




Il Biondo si esercitava con la viola, lo faceva sempre di domenica pomeriggio.
La madre gli aveva inviato lo strumento con il pulmino che faceva la spola da Bytom all’Italia una volta al mese.
Slawek musicista e muratore suonava la domenica dopo aver chiesto il permesso ai coinquilini.
Il russo gli aveva detto:" Fa pure tanto io vado fuori con la mia ragazza" e il connazionale Goran si era limitato ad alzare le spalle, però, quando tornava dal ristorante dove faceva il cameriere di sala, lui voleva dormire. 
Slavek in realtà si chiamava Slawomir.
Sia il nome che, peggio ancora, il cognome erano troppo difficili per gli italiani e i marocchini del cantiere, quindi lo chiamavano il Biondo.
Slawek in Biondo prima studiava al conservatorio e la sua ragazza lo andava ad ascoltare ai saggi, adesso invece lavorava in Italia, un posto superficiale. 
Il Biondo non riusciva più a tenere bene le corde quando si esercitava perché le mani si erano irrigidite a forza di umidità e calcina, quindi prima di iniziare a suonare le immergeva a lungo nell’acqua bollente.
Da bambino suo padre, minatore della Silesia, gli aveva insegnato che per avere mani elastiche doveva bagnarle e poi fare delle flessioni alla parete buttando tutto il peso del corpo in avanti fino a che i polsi non facevano male. 
Suo padre era morto di tumore sei mesi prima ma lui non era andato al funerale, erano indietro con i tempi e sua madre aveva insistito perché lui non litigasse con chi lo pagava così bene:"Anche tuo padre ti direbbe la stessa cosa."  
Al Biondo piaceva la musica, la sua ragazza e la geometria.
Per lui che parlava poco, la geometria era un buon modo per sintetizzare le cose della vita: i quadrati erano cose armoniche, logiche, intoccabili, tipo la famiglia, gli amici, il passato. I parallelepipedi erano i mattoni e con i mattoni si costruisce, tipo esercitarsi con la viola tutte le volte che poteva . Le piramidi invece erano i sogni e a volte il Biondo si ritrovava a disegnarle sulla polvere di cemento mentre addentava il panino delle dieci. Quindi il suo sogno di fare abbastanza soldi e finire il Conservatorio era una piramide. 
La geometria del Biondo finiva qui e a lui bastava per spiegare il mondo. 
La finestra della sua camera si affacciava su una stradina buia e umida ma lui abitava all’ultimo piano e quindi aveva una razione supplementare di luce, a gratis.
Da quella finestra, aperta anche d’inverno, il Biondo vedeva una terrazza minuscola scavata sui tetti. 
Il balconcino apparteneva ad un appartamento con finestre grandi e dal quale venivano spesso voci di ragazzini, due, forse tre. 
La madre dei ragazzini era una donna formosa che utilizzava il balcone per mettere lo stendino coi panni e dei vasetti con il rosmarino e la salvia.
A volte, la donna saliva nel terrazzino per fumare una sigaretta.
Quella domenica pomeriggio di ottobre, l’ottobre italiano senza pioggia e colorato che a Bytom non si era mai visto, Slawek suonava e guardava i tetti.
Quadrati, rettangoli ma soprattutto piramidi si delineavano davanti ai suoi occhi persi sulle pietre del palazzo di fronte.
La donna era salita sul terrazzino e aveva chiuso la porta alle sue spalle.
Aveva acceso la sigaretta. 
Si guardava le gambe gonfie e si faceva riscaldare il viso dal sole. 
E ascoltava.

 

 

PAOLA RONDINI
 foto di Sara Lando

 

 

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giovedì, 08 maggio 2008, ore 10:24
postato da bagar in parole, scrittura, diario fuoribordo • P.link

Pablo Picasso, Weeping Woman, 1937

E' interessante il confronto virtuale nato dopo il post A.A.S.I.C. E' interessante perché la scrittuta va sempre  a toccare nervi scoperti ed emozioni profonde.

Le interpretazioni sulla scrittura sono tante, ma quello che io sostengo -  e sosterrò sempre - è che prima di infrangere le regole, prima di sovvertirle (in qualunque campo) bisogna conoscerle e conoscerle bene.

Proprio ieri si parlava anche di questo, durante una tavola rotonda all'Università Cattolica di Milano (all'interno della  manifestazione El Dìa Negro, organizzata dal professor Dante Liano), presenti Nicoletta Vallorani, Ben Pastor, Margherita Oggero, Marcello Fois, io, conduttore Luca Crovi. Vallorani diceva che Picasso sapeva disegnare alla perfezione e creare un quadro "tradizionale" non sarebbe stato certo un problema per lui, ma ha fatto altro, ha creato dipinti davanti ai quali, talvolta, uno può pensare: "Sì, ma così so dipingere anch'io. Prendo una tela, ci schizzo sopra un po' di colori, mischio e faccio il capolavoro". Mi sa che non funziona così. Prima di fare quel quadro lì, che pare dipinto da un bambino pasticcione, Picasso ha studiato e studiato e dipinto e dipinto e dipinto e copiato, e buttato.

La lingua italiana (come tutte le lingue del mondo) è uno strumento meraviglioso, ricco di possibilità d'indagini, esperimenti, riflessioni, giochi, rotture. Ma la lingua italiana, seppur viva e in movimento, ha delle regole che è bene conoscere per bene utilizzarla.

Per fare un buon  romanzo, un buon racconto, un'Opera letteraria, è chiaro, non basta saper scrivere correttamente. Ci vuole anche una cosa che si chiama "talento", ci vogliono  i personaggi, gli intrecci, il ritmo, le pause. Ci vogliono le STORIE. Non è che tutti si possa diventare Grandi Scrittori; questo non impedisce, però, di scrivere bene belle storie.

E' vero, qualche volta capita di leggere una storia interessante anche se piena di errori (gli editor esistono per intervenire in questi casi). Ma, credetemi, non è così frequente. E' più frequente leggere una brutta storia scritta pure male. E se una storia è scritta bene ma è brutta, sarebbe stato meglio non pubblicarla.

Il punto, molto interessante, è: cosa fa di un libro un brutto libro? Qui, mi astengo dal dire, perché l'interpretazione è assolutamente, meravigliosamente personale. Io adoro libri che altri detestano e viceversa.

Ma sulla buona scrittura non mi smuoverò di un millimetro, mai. Uno deve saper scrivere se vuol comunicare con la scrittura.

Chiudo con questa riflessione di John D. McDonald: "Perché è così che bisogna fare.  Non c'è altro modo. La diligenza forzata è quasi sufficiente. Ma non basta. Bisogna avere il gusto delle parole. Esserne ghiotti. Bisogna desiderare di rotolarcisi dentro. Bisogna leggerne milioni, scritte da altri. Bisogna leggere tutto con divorante invidia o con annoiato disprezzo."



Pablo Picasso, Nudo, 1895/96

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martedì, 06 maggio 2008, ore 18:55
postato da danielaelle in daniela elle • P.link

Domani sera (per chi legge il 6 maggio) e questa sera (per chi legge il 7) dalle 20 sino alle 21 e qualcosa, dai microfoni di Radionation, andrà in onda "Un mercoledì da leoni" gentilmente offerto da me, medesima, Daniela_Elle. Si parlerà di cinema ma anche no. Ah, c'è anche la Musica.

Le istruzioni per intervenire in diretta:

puoi ascoltare e continuare a navigare (si apre un piccolo player)

partecipare alla diretta: clicca qui e puoi entrare direttamente nel chan dedicato


 

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Seguirà podcast per eventuali ascolti in differita.

Poi non dite che non ve l'avevo detto.

 

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martedì, 06 maggio 2008, ore 11:45
postato da bagar in parole, storie, racconti neri • P.link

 

 

di
Matteo Ongari 


 
-“Partita doppia, doppia puntata, due fiches prego!”
La voce di Roberto, il più bel croupier del Lido, squarciò la mente di Alda Merighi come uno strappo nel lenzuolo.
Era al tavolo di Scramble, ultima novità di Atlantic City.
Alda Merighi, sessantadue primavere, si tenne i gettoni. Mentre sorseggiava il Grand Marnier fissava la sagoma del croupier distorta dallo spessore del bicchiere.
Roberto, alto cinquantenne strizzato in un panciotto sangue bue e muscolosamente infilato nella camicia bianca d’ordinanza corredata dal papillon, aveva due occhi color trifoglio, una spazzola di baffi grigi ben curati e la chioma brizzolata.
Era ciò che le serviva per riempire il suo letto nella sontuosa suite dell’Hotel Sartori.
Sentiva la necessità fisica del contatto di un uomo, Alda Merighi, dell’afrore maschio che si attacca alle lenzuola.
Cambiò le fisches alla cassa, dilapidandole poi alle slot machine. Decise che avrebbe aspettato la chiusura per seguire la sua preda. Era una cosa folle, non preventivata.
Uscì all’aperto: l’aria era umida ma non freddissima. Fumò una Gauloise vicino al lampione; candide nuvolette di fumo e fiato si alzavano spesse.
Scacciò in malo modo un taxista troppo zelante che voleva riportarla in albergo.
Quando vide Roberto, avvolto in un tabarro marrone, aspettò qualche istante e poi lo seguì a debita distanza affinché lo scalpiccio dei tacchi sui sampietrini non fosse udibile.
Attraversarono un cortile, un ponte e una piazzetta. A metà di un calle la foschia stava sgranando la sagoma del suo uomo. Decise di affrettare il passo. Vide con difficoltà Roberto ruotare oltre un angolo buio a sinistra. Corse e svoltò senza indugi: quando sentì il vuoto, in quella frazione di secondo mentre stava precipitando, capì.
Alda Merighi fu ripescata dal vaporetto per Rialto, quello delle 07,35.
 
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lunedì, 05 maggio 2008, ore 18:09

Che sta per Attenti Aspiranti Scrittori in Corsa.

Perché io ve lo devo dire, ce l'ho qui, sullo stomaco, da un sacco di tempo.
La scrittura è un'arte nobile, richiede tanto. Talento, energia, determinazione, fortuna, impegno, studio, lavoro, letture, scritture, tagli, riscritture, riletture, silenzio, attese, rispetto, amore, forza, emozioni, creatività, cervello, corpo, respiri, sangue, sudore, fatica. E poi di nuovo: talento, energia, determinazione, fortuna, impegno, studio, lavoro, letture, scritture, tagli, riscritture, riletture, silenzio, attese, rispetto, amore, forza, emozioni, creatività, cervello, corpo, respiri, sangue, sudore, fatica. E ancora e ancora.

Perché la scrittura è sì un'arte, ma è anche un mestiere e come tutti i mestieri richiede la fatica di impararla.

Non è che uno si alza la mattina e dice: "Cosa faccio oggi? Stiro, lavo, preparo un uovo alla coque? Ma no, scrivo un libro...". Non funziona così, per i motivi sopra indicati e per i motivi che non ho indicato ma che sono mille e ancora mille.

Perché vi scrivo tutto ciò? Perché sono stanca di ricevere racconti, romanzi, poesie SCRITTI MALE!  E stanca di dover dare spiegazioni a chi si pretende letto e pubblicato senza essere capace di scrivere "perché" con l'accento giusto, "qual è" senza l'apostro, "po' " CON l'apostrofo e NON  con l'accento, che non sa usare i congiuntivi, che non sa usare il tempo passato, remoto, o futuro.

Ora, il talento non si insegna. E' un po' come le lentiggini: o le hai o non le hai. Ma la buona scrittura sì, la si può imparare, soprattutto leggendo leggendo leggendo.

Quindi, Aspiranti Scrittori (e taluni lo restano tutta la vita, eh? pure dopo aver pubblicato pile di libri, 'ché non è la quantità che fa uno scrittore..), fate un regalo all'umanità tutta: se volete scrivere, prima imparate a farlo. Abbiate rispetto della nobile arte, di voi stessi e di noi poveri cristi che vi leggiamo.

Ah, l'ho scritto. Mi sento già meglio...

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domenica, 04 maggio 2008, ore 09:09
postato da bagar in parole, storie, racconti neri • P.link

 

 

 

GIOCO
(Tiro alla fune)
 
 
 
 
Davvero, non avrebbe immaginato sarebbe finita così.
Era solo un gioco.
Mattia continuava a ripeterlo e ripeterlo, non riusciva a dire altro.
Era solo un gioco.
Sì, ma come è andata esattamente? gli chiese di nuovo l’ispettore.
Mattia lasciò vagare lo sguardo al di là della finestra e cercò le parole giuste.
Stavamo giocondo, io, Paolo, Marco e poi è arrivato quel ragazzino.
E poi?
Abbiamo cominciato a lanciare sassi nella diga, ma ci annoiavamo.
E allora?
Allora abbiamo pensato di giocare a qualcos’altro.
L’ispettore aspettò che Mattia continuasse.
Volevamo giocare a tiro alla fune. Due contro due. Ma non avevamo la fune. E nemmeno una corda. Solo la mia cintura.
E?
Prima Paolo ha sfidato Marco. Poi io quel ragazzino.
Mattia scoppiò a piangere all’improvviso.
Non mi ero accorto quanto ci fossimo avvicinati allo strapiombo. A un certo punto l’ho visto perdere l’equilibrio. Non siamo riusciti ad afferrarlo. E…
Va bene, basta così, disse l’ispettore. Vai pure.
Mattia si pulì il naso col dorso della mano e si alzò.
Buongiorno, disse.
L’ispettore lo guardò uscire. Posò i gomiti sulla scrivania e puntò gli indici alle tempie. Chiuse gli occhi.
Mattia uscì all’aria aperta e trasse un profondo respiro.
Si sentiva meglio. Molto meglio. Aveva raccontato tutto. Quasi. Be’, insomma, aveva omesso solo un dettaglio, una cosa da niente, una stupidata: che lui aveva mollato di colpo la cintura mentre stavano tirandola ciascuno dalla propria parte. Per questo il ragazzino aveva perso l’equilibrio.
Perché lo aveva fatto? Mattia alzò gli occhi al cielo e guardò la scia bianca di un aeroplano.
Boh, si era semplicemente stancato di fare quel gioco scemo.