sabato, 04 luglio 2009, ore 11:04

mare di sangue


di
Sono nel mio elemento. Nel mio mondo pieno di pace. E mi tengo accanto la creatura che le mie viscere hanno saputo partorire. Lui è curioso, mi gira intorno, mi trattiene e mi spintona con la voglia inesausta di capire, di sapere, di chiedere.
Ho paura.
E’ un veleno che sento infiltrarsi in ogni fibra e temo di trasmetterla a lui che ha fame e cerca smanioso il capezzolo. Cresce a vista d’occhio il mio primo figlio. Ho fatto tanta strada per venire qui a partorirlo. Non potevo saperlo e, quando altre me lo dicevano, non riuscivo a capirlo. Eppure è bastato che sgusciasse fuori, bellissimo, perfetto in ogni sua parte, per avere davanti agli occhi la ragione della mia vita.
Ho paura.
Vorrei che mio figlio non indugiasse nella poppata. Vorrei muovermi veloce, nascondermi. Ma dove? da cosa? Quaggiù, in quest’angolo di mondo freddo e deserto, i nemici non arrivano. Mia madre e sua madre e chissà quante altre nella nostra infinita storia hanno scelto di venire qui a partorire, perché i piccoli sono al sicuro. Possono succhiare il latte, giocare, crescere.
Ho paura.
Costringo mio figlio a lasciare la presa e lui protesta mentre un rivolo di latte denso e pieno di vita si diluisce nel blu che ci circonda. C’è un suono che non ci appartiene. Una vibrazione che si diffonde veloce e trasmette orrore. Chi ci ha tradite? Come hanno fatto i nemici ad arrivare fin qui?
Ho paura.
La baia è ampia e profonda, l’acqua è ricca di cibo e il ghiaccio si immerge in trine che riverberano i nostri richiami come campane. E’ un posto tranquillo, un nido ideale per i nostri piccoli… una trappola mortale.
Ho paura.
I nemici stanno arrivando. Sono piccoli, sono malvagi, sono armati. Non sanno vivere nel nostro elemento, ma si muovono velocissimi e lo fanno preceduti da un suono che gela il sangue nelle vene. Devo fuggire, dobbiamo fuggire, tutte!
Ho paura.
Mio figlio ha capito che non è più tempo di giocare. Lo spingo brutale davanti a me, lo incalzo. Deve nuotare veloce, più veloce. La baia ha un imbocco stretto, nascosto e il suono che annuncia i nemici arriva da lì. Se bloccano la via di fuga…
Ho paura.
Il suono dei nemici ha riempito ogni mia percezione, ci sono addosso. Spingo mio figlio contro il ghiaccio tagliente. Lui piange. Il suo pianto è una lama che mi attraversa, ma non posso sottrarmi. E’ piccolo, ha ancora bisogno del mio latte. Non posso morire. Non voglio morire.
Ho paura.
Di una morte che non ha motivo. Noi non possiamo avere nemici. Noi siamo un popolo pacifico. Non facciamo male a nessuno, mai. Non abbiamo armi, non abbiamo denti, non abbiamo zanne.
Ho paura.
Mio figlio deve salire a respirare, non posso permetterglielo. Lo spingo sotto di me, lo guido verso il mare aperto che sembra così lontano. Sento i richiami delle altre, sento le grida di dolore, il pianto disperato dei piccoli. Il primo boato…
Ho paura.
Il mio elemento, il mio mondo blu sta andando in pezzi. Percepisco sulla pelle la vibrazione malvagia dell’esplosione. L’acqua si tinge di sangue. Hanno colpito qualcuna di noi e non c’è tempo neanche per piangerla. Mio figlio mi implora di lasciarlo salire in superficie. Deve respirare. Siamo creature imperfette. Apparteniamo al mare per nostra scelta. Ma il nostro corpo appartiene alla terra. Forse un tempo eravamo compagne dei nostri nemici e ci muovevamo come loro, goffe e lente sulla superficie emersa. Forse per questo ci odiano. Perché abbiamo avuto il coraggio di scendere in acqua e conquistare la parte più bella, più grande, più pura di questo mondo.
Ho paura.
Ma non ho scelta. Non posso lasciar morire mio figlio. Lo porto in superficie ed emergo a fargli scudo mentre, finalmente, respira a pieni polmoni. I suoni dei nemici sono dappertutto. Li sento gridare e percepisco tutto l’odio che li anima. Un odio che non riesco a comprendere. So che sono intelligenti, forse più di noi. Hanno trovato il modo di muoversi nell’acqua, di venire a stanarci nei nostri luoghi più sacri. La loro non è una furia cieca e primitiva. Loro vogliono farci del male.
Ho paura.
Spingo giù mio figlio. Di nuovo. Ma il boato è vicino. L’acqua è lacerata dall’arpione. Il dolore è assoluto. Mi penetra in profondità. Corre verso il centro del mio essere. Mio figlio si è fermato, chiede cosa succede. Non ho il tempo di rispondere. Il dardo dei nemici non ha terminato il suo compito. Qualcosa di enorme e infuocato si gonfia nelle mie viscere, squarcia, brucia, lacera. Esplode. Il mio corpo è forte. Resiste. Non vedo sangue diluirsi nel blu, non ancora.
Ho paura.
Mio figlio piange mentre il mio corpo viene trainato all’indietro. Vorrebbe seguirmi ma lo respingo. Non avrà più latte, non è abbastanza cresciuto. Morirà. Ma non voglio che accada davanti ai miei occhi. Non voglio che lo prendano i nemici. Trovo la voce per chiedere alle altre di portarlo via, lontano. Forse lo salveranno.
Ho paura.
Nessuno sa dirmi quanto dolore mi aspetta prima di essere ciò che loro vogliono: una balena morta.
bagar

lunedì, 29 giugno 2009, ore 13:36

sfide-2




Ladypazz ha lanciato una sfida.

Sfidanti: Barbara Garlaschelli e Enrico Gregori

Luogo: il  blog di Ladypazz

Giorno: mercoledì 1 luglio

Ore: 14,30

Modalità: alle 14:30 Ladypazz posterà un titolo a sorpresa e i due partecipanti avranno un'ora di tempo per scrivere un monologo e consegnarlo.

A mercoledì...

bagar

lunedì, 29 giugno 2009, ore 10:24

 patelli-sironi
Patrizia Patelli, Gli utlimi occhi di mia madre
Sironi editore
p.149; € 15,00


 
Perché devo essere buona e nutrire buoni sentimenti? Spacciarmi per ciò che non sono? Perché devo scrivere di buone intenzioni? Quelle che fanno stare sempre bene, quelle che, essendo semplici, non creano problemi? Quelle del buon vivere? Avrei dovuto parlar bene di tutti in questo memoriale. Per avere di tutti il consenso. Ma queste pagine sono un atto dovuto, una consegna, il mio passaggio a oriente, non una buona novella. (…) Buttare fuori la rabbia è l’unica cura contro la rabbia. Scrivere il dolore è l’unica cura contro il dolore.”
 
Ecco, il libro di Patrizia Patelli, Gli ultimi occhi di mia madre (Sironi, 2009) non è una buona novella. Soprattutto non è una novella di buoni.
Parola dopo parola, riga dopo riga, pagina dopo pagina, in una scrittura convulsa, rovente, rabbiosa, struggente, Patelli ricuce uno strappo: quello tra lei e la madre morta dopo una lunga, dolorosamente assurda malattia. E’ il tentativo di riempire spazi che la morte lascia irrimediabilmente vuoti, ma che la scrittura riesce, invece, a riempire.
E’ la storia di due donne, madre e figlia, e di un rapporto mancato.
Questo libro è un atto d’amore postumo, ma anche un atto d’accusa, prima di tutti verso stessa per non essere riuscita a vivere in un tempo possibile l’amore per sua madre, e verso sua madre, donna dura, gran lavoratrice, incapace di dare spazio alla propria emotività e alla propria affettività, condannata a una sofferenza fisica prolungata nel tempo, indecente, ingiusta. Come solo il dolore fisico sa essere. Ma è un atto d’accusa anche contro i parenti che se ne sono rimasti lontani; i datori di lavoro che hanno sfruttato sino all’osso (nel senso reale del termine) questa donna ligia al dovere, ambiziosa, che ha sacrificato tutto per il lavoro; il padre che amando sua moglie non è stato capace però di “contenerla”, orientarla anche verso la figlia e gli affetti famgliari.
E’ solo dopo la morte che Patrizia Patelli riesce ad amare la madre in modo libero e incondizionato. “Non c’è niente che io guardi che non vedano anche gli occhi tuoi. Mai mi sei stata vicino come adesso che sei morta. Vedi tutto, ascolti tutto, fai tutto quello che faccio io. (…) Ti amo come donna, come madre.”.
Un libro esile che contiene una storia immensa.
Parole d’amore indelebili, crude e cariche di passione.
Un libro bellissimo.
bagar

sabato, 27 giugno 2009, ore 10:43

vocabolario_pag_36
di
Renata Maccheroni
 
 


Le case si distinguevano le une dalle altre per il colore del nastro adesivo. Lo scotch teneva assieme vetri, porte, infissi di legno e pure qualche tegola. Scotch di tutte le tinte possibili, ma la baracca dei Cooper era diversa da quella dei Meyer, quindi si sapeva ove acquartieravano gli uni e gli altri. Charlie nacque in una di queste catapecchie, sporcate da smog e bestemmie e ripulite con lo sputo. I Christie, padre e madre, abbandonarono il posto immediatamente dopo la nascita del loro primo figlio, appunto Charlie. Il quale rimase nella culla, un cartone che aveva contenuto birre, affidato di forza alle cure della nonna Silvia. Costei da sempre desiderava esser nonna. Molto più che mamma. A quest’ultimo compito assolse finché potè con amore e pazienza, ma la sua figliola preferì la cattiva compagnia d’un balordo piuttosto che l’appoggio della madre e l’arrivo di Charlie rafforzò il desiderio di Silvia che promise a sé stessa, e soprattutto al neonato, di adempiere vigorosamente al dovere.
Il rione composto da stamberghe non si scompose più di tanto di fronte alla nascita del bimbo, e si disinteressò alla sua crescita ed educazione. Nonna Silvia vedeva e provvedeva e finché Charlie fu piccino nessuno si permise di creargli fastidio. Silvia, però, ben sapeva come procedessero le faccende di quartiere: la banda dei Carver non dava tregua, spadroneggiando e rivaleggiando con quella degli Hemingway, sottoponendo così la zona e i suoi abitanti a vessazioni d’ogni genere. Se il posto avesse avuto una bandiera sarebbe stata quella raffigurante la paura. Quando Charlie imparò le primissime parole – mamma fu escluso dal vocabolario – nonna Silvia mise in atto un piano studiato alla perfezione. Charlie si sarebbe dovuto difendere dalle gang, non c’era remissione: o si stava da una parte o dall’altra. Impensabili le vie di mezzo. E gracilino com’era, buono d’animo, generoso e un poco tontolone, avrebbe avuto vita difficile per non dire breve. Fu allora che Silvia tirò fuori dal cassetto un quaderno tenuto come una reliquia. Copertina rossa, riquadro bianco al centro con scritto in bella grafia: Il Vocabolario di Charlie. Lui imparò tutte le parole in esso contenute ed il significato di ciascuna. Faticosamente tenuto lontano da quella malefica società, al compimento dei 6 anni fu pronto ad affrontarla. Silvia lo mandò a comperare delle patate ad un emporio che distava circa 100 metri dall’abitazione. La strada da percorrere era diritta, nessuna curva ad ostruire la visuale, poteva tenerlo d’occhio senza impiccio. E Charlie s’incamminò. Percorsi pochi metri i Carver lo accerchiarono.
- Hei bamboccio, dove vai di bello? Lo sai che a noi devi dire tutto, ma proprio tutto? All’emporio, per caso? Bravo, vai e torna con birra per tutti…
L’interpellato non si scompose ed educatamente replicò.
- La giaggera in surtuto non è defata e obio uspettere il baccoi.
Il boss dei Carver in persona si scomodò per la risposta.
- Bamboccio, lo vedi questo? – mostrò un coltello affilatissimo – ti faccio un tatuaggio dove non batte il sole e poi te lo copioincollo in fronte.
Charlie non fece una piega e sorridendo rimandò.
- Cafuto puyse se latopria cami rigasso in pofesi.
Il boss afferrò Charlie per la maglietta, lo girò pancia sotto e gli strappò i calzoncini preparandosi a ricamarlo.
Un certo Sparks, veterano del gruppo, intervenne.
- Capo, ‘sto qui è scemo, non senti come parla? Se ci mettiamo a perdere tempo con uno scemo gli Hemingway ci sputtanano a vita.
Il boss restò col fardello in mano, come in attesa dell’impulso a risolvere la situazione. Queneau, un rinnegato francese che stava coi delinquenti, volle dire la sua.
- Sparks ha ragione, capo. E’ scemo il bambino…
Charlie s’interpose.
- Imert fukadse notui bendere.
Queneau proseguì.
- Eh, più chiaro di così. E’ scemo, noi siamo i Carver e perdiamo tempo con uno scemo?
Il capoccia mollò Charlie che finì con la faccia nella terra e il sedere al vento. Carver si voltò.
- Andiamo ragazzi, oggi qui non ci si diverte. E tu, bamboccetto, fila!
La squadra s’allontanò, Charlie rimise in sesto gli abiti, si recò all’emporio e la sera fu scorpacciata di patate dolci.
Nessuno seppe mai il motivo per cui Charlie fu sempre lasciato in pace dalle bande. Quando lui compì 25 anni, nonna Silvia rese l’anima al suo dio. Due giorni appresso Charlie trovò lavoro presso un meccanico che aveva officina nel paese confinante. Lì si trasferì portando con sé il fidato quaderno nero. Dopo qualche tempo, entrato in confidenza col proprietario, raccontò l’avventura passata in tenera età. Brown, questo il suo nome, pretese di consultare il Vocabolario di Charlie e quando lo aprì scoprì essere composto da tante incomprensibili parole. Le quali, accanto, portavano sempre lo stesso termine: cagasotto.
 
bagar

giovedì, 25 giugno 2009, ore 10:04

 nemiche 


di
B.G.
 
 


 Per Cielo, Terra, Inferno
 Tu non avrai mai quiete, mai:
 Fuggirò, inseguirai:
 Notte e giorno rinnovano la fuga.
 
    William Blake, dal Manoscritto Rossetti
 
 
 
 
Pulì accuratamente il coltello. Con l’unghia grattò via due macchioline di sangue rappreso sopra il manico. Si spostò sotto la luce della lampada della cucina e controllò la lama rigirandosela tra le mani. L’acciaio risplendeva di freddi luccichii.
Claudia posò il coltello nel cassetto del mobile, accanto agli altri, tutti perfettamente puliti e sistemati in ordine di grandezza.
Tutta la sua casa era perfettamente in ordine e pulita.
Si guardò il vestito. Una grossa macchia scura si era allargata sul davanti. La osservò, immobile per un lungo minuto. Improvvisamente si scosse.
Sbattendo contro il tavolo si diresse verso la camera da letto. Si spinse veloce, passò attraverso la sala e diede una rapida occhiata al corpo riverso sul tappeto. Avrebbe dovuto nasconderlo.
Più tardi.
Il pedale sbatté contro uno stipite e la sedia a rotelle si bloccò. Claudia perse l’equilibrio. Con un energico colpo di reni raddrizzò la schiena e si rimise dritta. Trasse un profondo respiro e aspettò che i muscoli si rilassassero.
Entrò in camera e si cambiò l’abito. Non faceva più fatica a mettersi e togliersi i vestiti. Anni di ginnastica l’avevano resa agile. E forte. Qualche tempo prima avrebbe impiegato mezz’ora a compiere quelle stesse operazioni. Si sarebbe mossa con difficoltà, tentennando. Ora non era più così.
Raccolse gli indumenti in un mucchio e tornò in sala. Il camino era acceso. Passò di fianco al corpo e gettò l’involto sul fuoco.
Rimase ferma a contemplare le fiamme che s’inghiottivano i tessuti. Un leggero fumo si sparse per la sala, ma lei parve non farci caso. Gli occhi fissavano il fuoco danzare.
Quando il vestito fu ridotto in cenere, si spinse indietro. La ruota della sedia a rotelle si bloccò contro qualcosa. Voltò la testa e vide che quel corpo steso a terra la stava intralciando.
Era giunta l’ora di sbarazzarsene.
Si chinò sporgendosi e con fatica afferrò il lembo del pesante tappeto di lana che gettò sul cadavere. Per una frazione di secondo, prima che venisse coperto, scorse il viso dell’uomo. Era pallido, con gli occhi spalancati in una sorta di stupore finale. I radi capelli bianchi erano spettinati e dalla gola squarciata era uscito il fiotto di sangue che le aveva sporcato il vestito.
Era venuto per portarla via. “In un posto bellissimo. No, non è una clinica. E’ una specie di albergo con tutte le comodità”, le aveva detto poco prima di stramazzare a terra con la gola recisa.
Una specie di albergo.
Bell’eufemismo per descrivere un ricovero di lunga degenza.
Claudia cercò di trascinare il corpo dell’uomo ma non riusciva a spostarlo senza rischiare di cadere. Non ce l’avrebbe fatta. Chiuse gli occhi e strinse i pugni.
Avevano ragione, non riusciva a cavarsela da sola.
La freddezza che l’aveva sostenuta sino a quel momento si sciolse in lacrime di rabbia.
Rimase per un po’ così, gli occhi e i pugni serrati, le lacrime che gocciolavano sul vestito pulito. Ogni tanto tirava su col naso.
Quando capì di stare meglio, riaprì gli occhi. Osservò la massa informe sotto il tappeto. Una specie di albergo. Avevano sempre cercato d’imbrogliarla.
Prima con quella loro falsa sollecitudine, poi con un ipocrita moto di protezione. E ora quel goffo tentativo di mettersi a posto la coscienza spedendola in un ricovero a vita, dove “qualcuno” potesse badare a lei.
Si asciugò le lacrime con il dorso delle mani e si abbassò per provare un’ultima volta, ma quando fu a pochi centimetri dal tappeto fece un gesto di stizza. Era inutile. Da sola non ce l’avrebbe fatta.
Si spostò silenziosa come sempre verso il tavolino su cui era posato il telefono, lo sguardo fisso sull’apparecchio. Per un po’ non si mosse. I suoi occhi si spostarono sulla finestra. Avrebbe dovuto dare aria alla sala. Lo sguardo scivolò di nuovo sul corpo steso a terra e tornò a fissare il telefono.
Per la prima volta provò una sensazione di panico. Non voleva telefonare ma non aveva altra scelta.
“Una povera inferma”. Era sicura che fosse quello che la gente pensava di lei. “Che peccato, una così bella donna”, dicevano anche. Che peccato.
Il cielo si stava oscurando e le ombre degli alberi del suo giardino si allungavano sempre di più. Tra meno di un’ora sarebbe stato buio. Doveva decidersi.
Afferrò con risolutezza la cornetta e compose un numero. Ascoltò il segnale di libero senza smettere di guardare il cielo al di là dei vetri. Una quieta penombra stava invadendo la stanza.
Finalmente risposero. -Pronto?- Era una voce un po’ roca, come di qualcuno che è stato in silenzio per molto tempo.
-Sono Claudia. Ho bisogno del tuo aiuto.- Non aggiunse altro e riappese.
Non aveva aspettato che lui le dicesse qualcosa.
Sapeva che sarebbe venuto, come sapeva che domani il cielo si sarebbe oscurato a quella stessa ora. C’erano persone che non mancavano mai agli appuntamenti. C’erano persone che per niente al mondo avrebbero perso l’occasione di godere della paura degli altri.
Lui sarebbe venuto.
Ora la stanza non era più solo in penombra. Se non avesse acceso la lampada sul tavolo avrebbe rischiato di andare a sbattere contro qualche ostacolo.
La luce si diffuse sulle sue mani e sulle gambe, magre e immobili. Adesso vedeva dove andare ma non si mosse. Stava appoggiata ai braccioli della sedia e scrutava davanti a sé.
Sentì il motore della macchina farsi più vicino e spegnersi. I passi sul vialetto erano secchi e decisi. Poi si fermarono.
Le pareva di vederlo, fermo davanti alla porta. Non avrebbe suonato perché sapeva che lei lo aveva sentito.
Claudia si spinse sino all’ingresso, ruotò con la sedia a rotelle ponendosi di fianco rispetto alla porta e fece scattare la serratura. Si allontanò rapidamente e tornò accanto alla lampada accesa.
Lui era entrato e si era chiuso la porta alle spalle. Le sorrideva. Lei odiava quel sorriso. Aveva un che di osceno. Ma, in quella stanza, non era solo lui il cattivo.
L’uomo voltò la testa e lanciò un’occhiata senza interesse al voluminoso fagotto steso a terra.
-L’hai coperto.
Era sicura che la stesse sbeffeggiando ma non replicò se non con un rapido cenno del capo. Desiderava che tutto finisse in fretta. Voleva mettere ordine, voleva che la sua casa ritornasse silenziosa e pulita come sempre.
-Mi aspetti?- Lui rise.
Perché le faceva sempre la stessa domanda? Voleva ferirla. Non ci sarebbe riuscito. Nessuno ci sarebbe riuscito. Lei voleva solo stare tranquilla a casa sua.
L’uomo si caricò il corpo avvolto nel tappeto su una spalla. Pareva non facesse alcuna fatica. Claudia vide le suole delle scarpe del cadavere -non riusciva a pensare “zio”. La parte inferiore del fagotto dondolò. Lui alzò bruscamente una spalla e con un colpetto sistemò meglio il corpo. Con una mano aprì la porta e prima di uscire si voltò a fissarla.
I suoi occhi incontrarono quelli di Claudia e ammiccarono. Lei detestava la confidenza che quello sguardo sottolineava.
Lui si voltò tirandosi dietro la porta.
Claudia si rilassò. Non sapeva dove stesse andando e non voleva saperlo. Sapeva solo che quella era l’ultima volta. Il corpo che si stava portando via era quello dell’ultimo parente che le era rimasto.
Non si muoveva. L’incubo non era ancora terminato. Ne era sicura.
Da quattro anni viveva su quella sedia, ma mai come in quel momento si era sentita tanto indifesa. Non era rimasto più nessuno che si preoccupasse per lei, né nel bene né nel male.
Le mani in grembo, rabbrividì. Il camino si era spento da un pezzo e anche il fumo del vestito bruciato si era ormai dissolto.
Aveva accettato tutto ciò che le era accaduto dopo l’incidente con rassegnata tenacia. Un volo di trenta metri giù da un dirupo con la sua macchina. “Un miracolo che se la sia cavata solo con la frattura di due vertebre dorsali”, le aveva detto il neurochirurgo che l’aveva operata.
Il “miracolo” l’aveva resa paralitica.
Ma non era morta e non poteva fare più nulla per se stessa se non tentare di rimettere insieme la sua vita, gettata in aria come le tessere di un rompicapo. Con calma ce l’aveva fatta. Non era stato indolore, ma nessun nuovo inizio lo è. Il rompicapo era tornato intero.
Poi erano arrivati i suoi parenti.
Era riuscita a sopportare tutto: la consapevolezza di non poter più ballare o correre. La pietà della gente. La curiosità impertinente di chi voleva sapere “come, ma come faceva ad essere sempre così serena?”. Il sottile autocompiacimento di chi la trattava come una persona “normale”. Ma non aveva tollerato l’intrusione petulante e ipocrita dei suoi pochi parenti che avevano volteggiato su di lei come avvoltoi.
“Non è pericoloso che resti in casa da sola?” le chiedeva suo zio tutte le volte che veniva a fare la sua visita settimanale alla nipote paralitica.
“Se ti dovessi sentire male, o scoppiasse un incendio non potremmo mai perdonarci”, aggiungeva sua zia.
Avevano osservato contrariati e stupiti l’indipendenza che si era conquistata e non sopportavano l’idea che potesse farcela senza di loro.
“Siamo i tuoi unici parenti, cosa credi che pensi la gente?”
Li ascoltava in silenzio, aspettando che terminassero le loro lamentele, poi diceva: “Non preoccupatevi. So cavarmela da sola.”
Ma loro avevano insistito. Avrebbero voluto rinchiuderla “in una specie di albergo”, dove personale vestito di bianco si sarebbe aggirato tra altri invalidi intenti a convincersi che tutto andava bene, che quello non era un ospedale. No, una clinica di lusso dove venir serviti e riveriti
Aveva resistito ai loro attacchi come aveva potuto. Alla fine si era difesa. Però non era riuscita a farlo da sola e adesso avrebbe pagato quell’errore.
Fece per muoversi, ma la porta si aprì e lui si stagliò sulla soglia.
-Fatto.
Claudia annuì. -Ti farò avere la busta domani.
L’uomo scrollò la testa, rise ed entrò.
-Io ho avuto un’altra idea.
Claudia sentì i muscoli delle spalle diventare marmo.
-Che ne dici di andare in camera tua?- In due passi le fu davanti. I capelli scuri scendevano sul viso quadrato, gli occhi erano una fessura. E quel sorriso che non gli scompariva mai dalla faccia.
-No, non ora. Non ne ho voglia.- Claudia fece per girarsi ma lui mise un piede davanti alla ruota, bloccandola.
-Vuoi farmi arrabbiare?- La fissava, ora serio.
-No.- Avvertiva il senso di repulsione farsi strada nella sua mente. Aveva cercato di dimenticare l’ultima volta che lo aveva incontrato, senza riuscirci. Ricordava ancora in modo impietosamente lucido il corpo dell’uomo sopra il suo, il respirare affannoso prima di abbandonarsi esausto al suo fianco. E ricordava anche le parole che aveva detto dopo: “Non lo avevo mai fatto con una paralitica. Non è male.”
Come ci fossero arrivati in quel letto ancora non era in grado di spiegarselo. Era stato così abile nello sfruttare il momento adatto, il momento in cui lei era più esposta e spaventata, che non aveva potuto opporsi.
Le si era fatto vicino, si era inginocchiato al suo fianco e l’aveva accarezzata con dolcezza. E lei aveva creduto che fosse davvero dalla sua parte. Sino a quando non aveva sfoderato quel sorriso odioso e Claudia aveva compreso.
E adesso era di nuovo lì che la squadrava dall’alto e lei si sentiva di nuovo disperatamente in trappola. Aveva fatto tutto quello che aveva fatto per rimanere sua prigioniera?
Fu questione di un attimo poi Claudia gli sferrò un terribile pugno nei genitali. Mentre l’uomo si piegava in due gemendo, riprese l’equilibrio e girò con la sedia a rotelle per dirigersi verso la cucina. Là c’erano i suoi coltelli.
Percorse un paio di metri ma qualcosa le impediva di procedere. L’uomo aveva afferrato una ruota e non la lasciava andare.
Claudia si mise di tre quarti sul sedile e colpì con forza la sua mano che per un secondo lasciò la presa, giusto il tempo per farle conquistare ancora un metro.
Sentiva il sudore impregnarle il vestito. Non pensava a nulla, solo a varcare la soglia della cucina.
Ce l’aveva quasi fatta quando uno strappo violento le fece perdere l’equilibrio. Tentò di dare un colpo di reni, ma il suo corpo era troppo sbilanciato in avanti.
Cadde, proteggendosi il viso con le mani. La sedia a rotelle s’impennò e si allontanò, rallentando sino a fermarsi vicino al camino.
Rotolò su un fianco e cercò di mettersi seduta, ma lui le fu addosso. La sua faccia era stravolta dalla rabbia. Le immobilizzò le braccia sibilando: -Stronza fottuta, sai cosa ti succederà adesso, vero?
Lo sapeva.
Lo sguardo di Claudia guizzò a destra e a sinistra. I suoi occhi incrociarono il pesante vaso di vetro che sua madre aveva comperato vent’anni prima a Murano. Oppose una fievole resistenza fino a quando sentì le mani di lui allentarsi leggermente. Allora si divincolò con violenza e gli sferrò un pugno in pieno viso.
Fu lo stupore a fargli mollare la presa un attimo. Le braccia di Claudia si slanciarono di fianco e afferrarono le gambe del basso tavolino su cui era posato il vaso di sua madre. Il vaso oscillò e cadde a mezzo metro da lei, scoppiando in decine di schegge.
Allungò una mano ma lui scattò bloccandole il polso.
Quando intravide il sorriso cattivo sulla sua faccia, Claudia si sentì inondare il cervello da un odio feroce. Cacciò un urlo. Il verso di un animale impazzito. Si divincolò di nuovo, liberando la mano e mirando dritta agli occhi. Sentì tra le dita qualcosa di viscido e vide che era sangue.
L’uomo gridò e si allontanò con le mani sulla faccia insanguinata, incespicando in una sedia mentre retrocedeva.
Claudia strisciò verso il tavolino su cui c’era il telefono. Trascinarsi dietro le gambe inerti era come tentare di nuotare controcorrente. Per la prima volta sentì il peso del suo corpo. Stava per allungare una mano quando lo sentì alle spalle. Si aggrappò al basso tavolo e la grossa lampada di fianco al telefono cadde a terra. Adesso erano al buio. Claudia avvertì un dolore acuto a un fianco. Le aveva sferrato un calcio e le stava di nuovo sopra.
-Stavolta ti ammazzo- le gridò, ma lei percepì una nota d’incertezza nella sua voce. Rotolarono avanti e indietro un paio di volte. Le mani erano attorno al collo di Claudia che lentamente sentiva le forze abbandonarla. Con la mano libera annaspò, cercando nel buio qualcosa con cui difendersi. Toccò la superficie liscia e fredda della lampada. Sentiva il respiro dell’uomo farsi sempre più affannoso. Per un istante terribile le parve di essere tornata nel suo grande letto con lui che le entrava dentro con furia e disprezzo.
Con forza afferrò la lampada e colpì alla cieca. Lo sentì urlare e pezzi di vetro le caddero sul viso. In mano aveva un coccio e senza riflettere, con l’altra mano lo prese per i capelli -doveva essere intontito per il colpo appena ricevuto- e gli conficcò il pezzo di vetro in gola.
Si lasciò andare e sentì il corpo di lui pesarle addosso, immobile. Rimase alcuni secondi così, sdraiata nel buio, ansante.
Le dolevano le braccia e il viso le bruciava. Non riusciva a smettere di tremare. Con uno sforzo fece rotolare il corpo dell’uomo via da lei poi si mise seduta. Tastò nel buio fino a quando trovò il telefono.
Quando i poliziotti entrarono in casa e accesero la luce si guardarono attorno esterrefatti. La stanza era sottosopra e un uomo giaceva a terra con le braccia spalancate, in un lago di sangue.
Una sedia a rotelle era parcheggiata davanti al camino spento. Cocci di vetro in giro, tavolini e sedie ribaltati. E appoggiata contro il muro, con le gambe allungate come una bambola rotta, c’era una donna sui trent’anni, completamente sporca di sangue, con la faccia graffiata e un profondo taglio lungo una gamba. Teneva gli occhi socchiusi, feriti dalla luce improvvisa.
Un poliziotto le corse incontro.
-Ce la fa ad alzarsi?
Claudia scosse la testa e il poliziotto si sentì stupido: la sedia a rotelle era per lei. Due uomini in camice bianco entrarono con una barella e ve la deposero delicatamente sopra.
-Non ho mai visto niente di simile. Questa poveretta s’è difesa come una tigre-, mormorò il poliziotto mentre trasportavano Claudia verso l’ambulanza.
-Che bastardo- commentò l’infermiere gettando solo un occhiata verso il corpo dell’uomo riverso a terra.
 
Distesa sul letto di un ospedale, il viso pallido di Claudia si perdeva sul bianco del cuscino. I capelli scuri erano l’unica nota di colore.
Teneva la testa voltata verso la finestra che si apriva su un viale alberato. Il cielo azzurro incombeva sulle persone che si affrettavano in un incessante andirivieni.
L’infermiera finì di medicarle il taglio sulla gamba e controllò l’ingessatura al piede. Lui, cadendole addosso, glielo aveva fratturato.
-Vuole che telefoni a qualcuno?- le chiese l’infermiera con dolcezza prima di uscire dalla stanza.
-No, grazie.- La sua voce era stanca.
-Nessun amico o parente?- La donna era leggermente sorpresa.
-No.
Restò un attimo ferma a guardarla, poi si voltò. Prima di chiudere la porta si rese conto che Claudia era già addormentata.
bagar

mercoledì, 24 giugno 2009, ore 09:08

scia aereo
di
Matteo Ongari





Marcio uscì di casa e guardò il cielo: una scia lunga, bianca, lontana, significava il passaggio di un aereo su San Paolo. Dalla sua baracca in lamiera vedeva poco altro, di quella megalopoli.
Gli aeroplani sfioravano la bidonville in fase di atterraggio, li sentiva anche di notte, tra il caldo appiccicoso, quel pagliericcio umido e puzzolente e le zanzare senza padroni. Il rombo basso dei veicoli che viravano per mettersi in linea con la lingua di catrame coronata di luci azzurre era come se squassasse il capanno, come se volesse risucchiarlo in un vortice di samba.
Storto pedalava, nella polvere ai margini dei palazzoni, sul suo triciclo giallo. Tutte le mattine faceva lo stesso giro, andata e ritorno fino ai primi grattacieli scintillanti. E sempre così, piegato su sé stesso come un albero della foresta equatoriale. Essere adulto con la coscienza di un bimbo, a Marcio non pesava. Stava bene nella sua condizione, con tre stracci sporchi e i sandali bucati e nessuna voglia di crescere. Non aveva nulla se non l’amore di sua madre, con suo padre che si dibatteva tra lavori saltuari e bottiglie di rhum. Se l’intelletto lo avesse supportato, avrebbe avuto il coraggio di abbandonare la favelas? Per fortuna non aveva domande né tanto meno risposte, ma solo un triciclo giallo e tutto il tempo del mondo.
Poi un giorno fu fermato da un signore, durante il suo giro. Troppo elegante, uno così, per essere della periferia. E infatti a comprare Marcio ci mise veramente poco, bastò un regalo mai visto, un orologio al quarzo. Partirono sulla Mercedes e raggiunsero l’attico. Centro città, scuole, chiese e palazzi barocchi che Marcio non sapeva nemmeno esistessero. La camera era al tredicesimo piano, i pavimenti in marmo accecavano col giallo che entrava dalle finestre. Marcio non capì, non comprese ma ben presto si ritrovò nudo dentro una vasca piena di bolle, mentre quel suo nuovo amico lo lavava amorevolmente. Poi bevve un bicchiere ambrato, un liquido fresco che gli alleggerì la testa e lo fece sentire stanco d’improvviso. Poi successe altro, ma quando Marcio tornò al suo triciclo promise di non raccontarlo a nessuno.


 
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lunedì, 22 giugno 2009, ore 11:19

Da oggi, tutti i lunedì, troverete una nuova rubrica di Bruno MancaLA SCOPA DI TUTTI (storie raccolte con la paletta) 






scopa
 
SFRATTO ESECUTIVO
 

La paletta, completa di manico, costava 2 Euro, mentre la scopa di saggina era in offerta speciale a 7 Euro e 50 centesimi. L’investimento non poteva superare i 15 Euro, date le mie ristrettezze economiche. Ho risparmiato 3 Euro e 50, dopo aver comprato anche i guanti da lavoro e un rotolo di sacchi della spazzatura in un negozio gestito da cinesi.
L’idea di pulire le strade è nata da una semplice riflessione: se chiedendo lavoro non ho ottenuto nulla fino ad oggi, proverò a dare e vedrò che succede.
Per dare intendo scendere in strada e fare qualcosa di utile per l’ambiente circostante. Qualcosa di semplice, concreto, e che mi riesce bene è pulire.
Chissà, mi sono detto, magari potrebbe capitarmi di raccogliere anche qualche storia da raccontare.
Abito a Roma, rione Pigneto, Municipio VI, in una via non più lunga di cento metri. Via Arriano è un lembo d’asfalto in cui non passa quasi nessun pedone, dove le macchine che transitano sono perlopiù quelle incidentate che finiscono in bocca alla carrozzeria, e in cui gravita una quantità industriale di sporcizia, composta prevalentemente da reclame dai colori vivaci. La pressione pubblicitaria cartacea è schiacciante nei rioni popolari come questo ed è ormai direttamente proporzionale alla evidente difficoltà dei suoi abitanti di spendere.
In via Arriano la nettezza urbana, l’AMA, non si è mai vista.
Mi sono dato subito da fare e ho tirato a lucido la strada come se fosse la mia stanza da letto. Ho riempito un sacco della spazzatura e assistito allo sfratto esecutivo per morosità, condito di insulti, a carico di un inquilino del palazzo dove abito. Un uomo allo sbando, di quasi 80 anni, che è riuscito a nascondere ai figli il debito accumulato in un anno con la padrona di casa, la quale in 12 anni ha guadagnato 200 milioni delle vecchie lire grazie all’affitto di quell’inquilino cardiopatico. Per quanto egli fosse in difetto non meritava certo d’essere trattato come spazzatura e gettato da un giorno all’altro in mezzo alla strada.
Adesso via Arriano è uno specchio.
E fa un po’ più schifo di prima.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
bagar

venerdì, 19 giugno 2009, ore 08:57

rom_con_fisarmonica 
 
di
Enrico Miceli
 
 
All’interno degli autobus affollati c’è sempre quell’odore un po’ stantio di umanità andata a male. È un odore come di carne marcia, ma più pungente. È un odore che da sempre mi dà il voltastomaco, che trovo ripugnante. È un odore come di morte.
Appena salgo e le porte del bus per la stazione si chiudono alle mie spalle è tutta un’esplosione di questo puzzo. Il mezzo è affollatissimo di uomini indifferenti le cui parole si mescolano tutte insieme diventando un brusio incomprensibile. Vidimo il biglietto. Poi un tizio, un rom, a pochi metri da me, prende a suonare una dannata fisarmonica e giuro che vorrei fargliela mangiare. La sua compagna si muove tra la gente ammassata, e sembra quasi che abbia voglia di ballare. Saranno circa le 19 e 30 e questi ancora c’hanno voglia di ballare e di suonare. Mah!
Cerco di estraniarmi malgrado la musica mi tartassi il cervello. L’unica cosa a cui riesco a pensare è che tra poco devo recarmi alla stazione della Cumana e prendere il treno e farmi ancora un’ora di viaggio prima di arrivare a casa. Solo al pensiero mi sento impazzire. E questo tizio, qua, non la smette per un solo istante di schiacciare gli stramaledetti tasti di questa stramaledetta fisarmonica.
Poi finalmente la mia fermata. Quando si apre la porta tiro un sospiro di sollievo. L’impatto con l’aria fresca mi fa dimenticare immediatamente l’odore guasto del bus. Scendo e il rom e la sua compagna scendono appresso a me. Pare quasi che mi seguano. Poi però mi superano e continuano a camminare di tutta fretta come se anche loro fossero in ritardo per qualcosa, un appuntamento forse, non so.
Io accendo una sigaretta perché so che dalla fermata del bus fino alla stazione c’è il tempo esatto per una sigaretta, né un minuto di più né un minuto di meno, ammesso che non ci sia troppo vento. E oggi vento pare quasi non ce ne sia per nulla, è tutto una cappa. Pare che il cielo abbia chiuso il coperchio per farci asciugare addosso il nostro odore. Io, indifferente, me ne vado in stazione fumando.
Poi il rumore assordante delle moto. Il rombo è simile al ruggito delle bestie. Sono quattro moto che corrono contromano. Sopra quei mostri di metallo ci sono degl’individui, in totale otto, col volto coperto da un casco che qua, da queste parti, non è mai un buon segnale.
La sigaretta è finita e quasi mi cade dalle mani. Le moto mi passano davanti come cavalieri dell’apocalisse, ma m’ignorano. Proseguono. Curvano. Poi avverto gli spari. Una raffica ripetuta di mitraglietta che non somiglia per niente al rumore che senti nei film. Pare tutto finto, tutto surreale. E per un secondo la gente si guarda in faccia spaesata, come se non sapesse bene cosa fare. Tutti si mettono a correre all’impazzata. E corro anch’io, non si sa mai. Ci precipitiamo tutti all’interno della stazione. Alcuni dicono che hanno sparato a un ragazzino. Altri parlano di un regolamento di conti tra i Sarno-Ricci e i Mariano. Io non lo so, non m’interessa.
Siamo tutti davanti ai tornelli che cerchiamo di entrare. Fuori dalla stazione il rombo delle moto è così potente che lo si avverte di nuovo e tutti ci agitiamo come formiche in un formicaio scoperto. Il puzzo di carne guasta lo avverto ora ancora più che nel bus. È umanità andata a male. Alcuni scavalcano, altri cercano di sfondare le porte di plexiglass che vietano l’ingresso. Io invece cerco di stare calmo e mi frugo in tasca per trovare il mio biglietto. È tutto un via vai confuso di gente che si muove avanti e indietro. Una marea di individui che riempie quasi per intero il piccolo spazio intorno alla biglietteria.
Poi entrano anche il musicista del bus e la sua compagna. Lui zoppica vistosamente come se fosse caduto durante la fuga. Mi frugo in tasca ma il biglietto non vuol saperne di saltare fuori. La ragazza non ha più voglia di ballare e anzi incomincia a gridare. Chiede aiuto, dice qualcosa che non capisco. E intanto il mio biglietto non vuole saperne di saltare fuori. Dannazione!
Il musicista si accascia per terra. Una funzionaria della stazione ci comunica con voce asettica che è possibile uscire dalle porte laterali poiché la situazione ora è più tranquilla. Tutto il piccolo branco che abbiamo formato la segue verso l’uscita. Io sono più rilassato. Restano solo il rom e la sua compagna.
Nel tg locale, una volta tornato a casa, rivedo le immagini riprese dalla telecamera a circuito chiuso della stazione.
Il ragazzo era un musicista rumeno di nome Petru Birlandeanedu ed è morto lì, dissanguato, colpito per errore da due proiettili durante l’agguato di camorra a cui ho assistito. Un proiettile nel petto e un altro in una gamba. Lei, la ragazza, ha gridato aiuto, disperata, fino all’ultimo. L’unico a stringerle la mano per darle coraggio, per farle forza, è stato Petru. Lei piangeva, sola e sconvolta, e non sapeva cosa fare. L’ospedale dista dalla stazione poco più di duecento metri. L’agonia di Petru è durata quasi mezz’ora. Che storia terribile!
Poi passo canale e cerco un programma per distrarmi un po’.  
 
 
 
Racconto liberamente tratto da questo filmato:
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/video/?vxSiteId=bc005c9d-d69f-463a-ae21-a260eceafed0&vxChannel=Ultime News&vxClipId=2524_73315&vxBitrate=300?
 
       
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mercoledì, 17 giugno 2009, ore 11:22

Splinder (16/06/2009) Ho deciso che voglio uno spazio per i miei pensieri sparsi. Uno spazio pubblico, per condividerli 'ché per la segretezza ho il mio diario. Perché sul blog "ufficiale" ci stanno le cose più serie... :-) A proposito, io lo tengo da quando avevo dodici anni i diari. Non li rileggo mai, quelli vecchi. Forse dovrei, ma mi fanno un po' paura. Mica Leggi ancora...
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mercoledì, 17 giugno 2009, ore 09:46

Per questo racconto è necessaria una piccola premessa: qualche anno fa la rivista Marie Claire mi ha commissionato un racconto giallo (questo) che si ispirasse a un bellissimo album fotografico che raccontava questo posto pazzesco: il Butlin's Holiday Camp.
butlin
di
B. G.
 
L’ispettore Paul Redgrave – che gli amici chiamavano Red - era in piedi davanti alla scrivania di Lord Farrel.
-Capisce, ispettore? E’ una questione che va trattata con la massima discrezione. E quando dico massima, intendo regale discrezione. – Lord Farrel, un gentiluomo panciuto e dalla testa calva e lucida come una palla di vetro, fissò i suoi occhietti azzurri in quelli verdi dell’ispettore.
-Sì, signore.
-Riceverà istruzioni più dettagliate dal suo capo, oggi stesso. – Si alzò da dietro la scrivania e andò incontro all’ispettore con la mano tesa e un cauto sorriso sulle labbra. –Sappiamo che lei è il miglior elemento di Scotland Yard. Non ci deluda e noi non la deluderemo.
Un ispettore Redgrave stupefatto strinse la mano di Lord Farrel in modo automatico. –Sì, signore – ripeté, sentendosi un perfetto idiota.
Quando fu in auto, l’agente Tom Burton lo guardò. Senza riuscire a nascondere la preoccupazione, domandò: -Tutto bene capo?
Red si voltò a guardarlo. –Ci aspetta una lunga vacanza, Burton.
L’agente Burton conosceva abbastanza bene il suo capo per sapere che non era il momento di fare domande. Ingranò la marcia, e partì.
 
-Dobbiamo preparare le valige, cara – le aveva annunciato appena arrivato.
-Perché?
-Ti porto al Butlin’s Holiday Camp. Saremo io e te, l’agente Burton e Sissy la sua fidanzata, l’agente Ted Holly, sua moglie e i suoi due figli. Ci divertiremo moltissimo. – Il tutto era stato espresso con lo stesso tono con cui le aveva comunicato, anni prima, la morte della sua amata nonna.
Shirley Redgrave aveva impiegato alcuni secondi prima di trovare il fiato per rispondere. –-Ma, tesoro, tu odi quei posti! – Conosceva suo marito dai tempi delle elementari (e, quando ci pensava, credeva di averlo amato proprio dal primo giorno in cui lo aveva visto, trentacinque anni prima) e, anche lei come l’agente Burton, sapeva quando non era il caso di fare domande. Ma quell’esclamazione non era riuscita a proibirsela, perché se c’era una cosa che Paul detestava – dopo la vicina di casa, miss Priscilla Taylor – erano le vacanze in posti affollati. E, secondo i criteri di Paul, dieci persone rendevano già un posto “affollato”.
 
L’ispettore Redgrave non poteva crederci. Sì, aveva sentito parlare dell’idea di Butlin – costruire un villaggio vacanze per le famiglie di lavoratori inglesi, un posto fantastico che avrebbe fatto dimenticare loro le privazioni della guerra e la fatica del lavoro - ma quello che aveva davanti agli occhi andava ben oltre la sua immaginazione.
-Oh – aveva esclamato sua moglie appena scesi dal pullman.
E “Caspita”, “Accidenti”, “Pazzesco” erano state la sequela di esclamazioni del resto del gruppo.
L’ispettore Redgrave si era limitato a spalancare la bocca senza riuscire a emettere fiato. La mandibola gli sembrava essersi disarticolata dal resto della faccia.
All’ingresso del villaggio, una scritta sotto un enorme orologio ai cui lati stavano due soldatini di ragguardevoli dimensioni, li aveva accolti recitando: “IL NOSTRO UNICO INTENTO E’ IL VOSTRO DIVERTIMENTO”. Promessa che Redgrave aveva avvertito come vagamente minacciosa.
 
Gli agenti Burton e Holly – come Redgrave del resto – erano lì in incognito. Il loro compito era quello di capire chi stesse falcidiando la popolazione vacanziera del Butlin’s Camp.
-Ispettore – gli aveva detto Lord Farrel – quello di ieri è il terzo cadavere in due settimane.
-Non potrebbe trattarsi di morti accidentali?
Lord Farrel aveva fissato l’ispettore con grande intensità, come se gli stesse radiografando il cervello per constatare se fosse di dimensioni normali o miniaturizzato. –Un corpo decapitato come me lo definirebbe lei, ispettore?
Redgrave aveva incassato senza battere ciglio.
-Fino ad oggi, grazie al fatto che Butlin è molto amico di … - e aveva alzato gli occhi in modo assai significativo – siamo riusciti a tenere sotto controllo la fuga di notizie. Non le dico i salti mortali che ha compiuto Mr Spot, il responsabile della sicurezza dell’Holiday Camp per confondere le acque. Ma ora bisogna intervenire, prima che la stampa venga a sapere che c’è un pazzo che se ne va in giro a far fuori onesti lavoratori in vacanza e che Scotland Yard ancora non è intervenuta. Sarebbe la rovina non solo di Butlin, ma dell’Inghilterra tutta, mi spiego?
Come sempre, Redgrave aveva risposto: -Sì, signore.
-Voglio quel pazzo, Redgrave. Non m’importa come farà, ma lo fermi.”
 
Mr. Spot, volle incontrare l’ispettore nel “The Beachcomber bar”. Alla signora Shirley venne depositata addosso, da un’assai poco vestita cameriera hawaiana”, un’allegra collana di fiori rosa.
L’ispettore Redgrave sedeva alla sinistra di sua moglie, mentre gli agenti Burton e Holly avevano avuto il compito di dare un’occhiata al villaggio. I bambini erano stati prelevati all’ingresso da una gentilissima assistente che aveva promesso di riportarli ai loro genitori per l’ora di cena.
-Spero non come dessert – aveva commentato, ridendo, l’agente Burton. L’ispettore lo aveva fulminato con un’occhiata.
Mr. Spot, un uomo sui quaranta, in impeccabile completo scuro e camicia bianca spiegò a Redgrave la situazione. –E’ intollerabile, mi comprende? Tre clienti morti in circostanze, diciamo, sospette, in due settimane. Il primo lo abbiamo trovato che galleggiava nel laghetto, il secondo infilato dentro un’armatura nel Pig and Whistler bar, il terzo… - fece una pausa e lanciò un’occhiata alla moglie dell’ispettore.
-Parli pure liberamente – disse Redgrave.
-Be’ del terzo abbiamo trovato solo il corpo. La testa, no.
 
La mattina dopo, l’ispettore decise di perlustrare il complesso.
-Non dobbiamo dare nell’occhio – aggiunse, fissando severo i suoi uomini. Percorsi pochi metri, si bloccò.
-Che… che cosa sono quelli? – La voce gli uscì in un sussurro.
-Polli, tesoro – rispose sua moglie.
-Galli, per la precisione, capo – intervenne Tom Burton.
-Non chiamarmi capo – disse l’ispettore senza distogliere gli occhi dai due pennuti che dall’alto dei loro tre metri d’altezza dominavano il laghetto del campo e i bimbi che con le loro barchette ci stavano navigando dentro.
-Sono vivi zio? – domandò Jane, la figlia più piccola dell’agente Holly che da sempre chiamava “zio” l’ispettore Redgrave.
-Spero di no – borbottò lui. - Secondo me il poveretto è morto d’infarto dopo aver visto quei due mostri – disse sottovoce alla moglie.
-Tesoro… - lo rimproverò dolcemente.
 
Ripresosi dallo shock dei polli, l’ispettore venne catapultato al Pig and Whistle bar. Qui era stato rinvenuto il secondo cadavere. Redgrave si guardò attorno. Le armature erano appoggiate a due pilastri di legno su cui troneggiavano dei trofei. Non aveva idea di che animali fossero, ma gli facevano meno pena di quei poveretti che sedevano ai tavolini, ridendo e scherzando.
-Tesoro – la voce di Shirley lo strappò dalle meditazioni – se non vuoi dare nell’occhio, dovresti chiuderla la bocca.
-Oh, Mr Redgrave – Mr Spot gli si materializzò al fianco. – Stasera c’è un ballo alla Viennese Ballroom. E’ lì che abbiamo trovato Mr Fox l’altra mattina alle quattro. O meglio, ciò che restava di lui.
 
La Viennese Ballroom era un tripudio di finte piante tropicali che pendevano dal soffitto.
-Vede – disse Mr Spot, dopo averli ricevuti ed essersi complimentato per il vestito bianco e nero della signora Redgrave. – Lo hanno trovato là – e indicò una sedia, vicina al palco dove l’orchestra stava suonando. Il cantante – un giovane in giacca rossa e pantaloni bianchi – aveva una voce che all’ispettore ricordò quella di Frank Sinatra. Dopo un’operazione agli organi riproduttivi.
La visita alla piscina coperta fu per l’ispettore un’altra esperienza mistica.  Altre incomprensibili piante finte scendevano dall’alto e decine e decine di persone se ne stavano a bagnomaria in una piscina che a Red ricordò un enorme lavabo. Parevano felici però, e questo produsse ulteriore sgomento nell’ispettore.
-Capo…
-Non chiamarmi capo, Holly.
-Oh sì, mi scusi. Red, senta devo andare a recuperare Jane e Richard alla sala giochi. Sembra che stiano smontandola.
-Ti accompagno – disse l’ispettore.
-Cap… ehm, Red, ma come facciamo a trovarlo tra tutta questa gente? – chiese Holly mentre stavano entrando nella sala giochi.
-Dobbiamo fare in modo che sia lui a trovare noi.
-Ah – rispose l’agente, senza capire.
 
-Mamma, guarda.
Alla signora Holly non erano mai piaciuti i pesci, ma Richard aveva tanto insistito che lo aveva accompagnato al Lounge Bar, dove c’erano le vasche.  Suo marito, il collega Burton e l’ispettore Redgrave erano in giro per il villaggio a non si sa fare che.
-Amore, lo sai che non mi piacciono i pesci.
-Ma quello non è un pesce!
La signora Holly si voltò incuriosita verso la vasca. Poi svenne.
 
-Un altro cadavere! Si rende conto! E non avete fatto niente! – Mr. Spot aveva trascinato l’ispettore alla Old Time Ballroom, in modo che le sue urla si confondessero con la musica dell’orchestra. E mentre parlava, gesticolava.
Redgrave guardò malinconico verso la pista, dove Shirley in abito scuro, ballava con l’agente Burton.
D’improvviso, un uomo corse verso di loro. –Mr. Spot, venga, sta succedendo qualcosa al Blinking Owl Bar!
Mr. Spot si proiettò fuori dalla sala, seguito dall’ispettore e si precipitarono nel Blinking Owl Bar.
 
-… da dieci anni. – Il ragazzo magro con una dolcevita bordeaux e i pantaloni color sabbia parlava tenendo il microfono accanto alla bocca. Indossava un paio di occhiali dalla montatura di tartaruga. La sua voce risuonava forte nel silenzio. La gente lo osservava perplessa. Alcuni sorridevano, increduli, come stessero seguendo una gag.
-Dieci anni che vengo qui, in questo posto assurdo. Da piccolo mi hanno lasciato ore nella stanza dei giochi con una bambinaia che sembrava una delle SS. E poi quei polli… ma li avete visti? – il ragazzo si voltò verso l’ispettore e sembrò parlare direttamente a lui. E per poco l’ispettore non fece sì con la testa. –Quei polli enormi… me li sogno ancora oggi che mi inseguono, come fossi becchime per le loro pance… E le sale da ballo? Vogliamo parlarne? Nemmeno nei peggiori incubi. – Fece una pausa. -Io volevo che tutto questo finisse. Che lo chiudessero questo dannato posto. Per questo ho ammazzato quelle persone. Che razza di pubblicità sarebbe stata…- Dal pubblico salì un “ohhh” stupefatto.
L’ispettore salì sul palco e portò via il microfono al ragazzo. Microfono che fu immediatamente arraffato da Mr. Spot: -Avete potuto assistere all’incredibile burla del nostro Mister X! E ora, musica! –
La gente applaudì entusiasta.
L’ispettore Redgrave accompagnò il ragazzo fuori dal Blinking Owl Bar. Gli teneva un braccio sulla spalla, come si trattasse di un vecchio amico e mentre nessuno li vedeva, gli sussurrò: -Coraggio, ragazzo. Almeno ci hai provato…
 
bagar

domenica, 14 giugno 2009, ore 10:51

Tenetela d'occhio: è brava...
(Questo è un racconto breve e il suo romanzo Miniature è davvero bello e avvincente.)



alambicco


di
Paola Rondini
 


 
Quando la fragranza fu abbastanza depositata e ferma, il vecchio distillatore di essenze avvicinò il naso all’ampolla.
Annusò a lungo e percepì il glicine, l’arancio, la vaniglia che dà quel segnale alla carne, leccare, mangiare.
Richiuse il vetro con una garza.
La grande industria cosmetica che gli aveva commissionato il profumo era stata chiara: non ci importa quanto spenderemo, deve tirare fuori qualcosa che incateni.
Incatenare, questo verbo qui avevano usato. 
"Sarà l’ultimo profumo- aveva detto il vecchio esperto ai suoi assistenti- sono stanco ormai."
Abitava in una casa immersa nella campagna, lontana dalla metropoli, protetta da un muro di cinta e dai cani.
I dirigenti della multinazionale lo avevano chiamato anche quella mattina:" Allora professore? Quanto dovremo aspettare?" avevano chiesto ansiosi.
"Poco" aveva risposto il vecchio " sono quasi pronto".
Poi aveva infilato gli stivali di gomma ed aveva varcato il cancello per una passeggiata in campagna, i cani scodinzolavano allegri. 
"Chi inventa i profumi- diceva sempre l’uomo alle sue lezioni- è uno che annusa sempre, annusa tutto. E’ uno che diluisce il mondo fino a farlo entrare dalle narici, che capisce dall’odore chi è triste, chi è innamorato, chi mente." 
L’uomo ricordava quando aveva incontrato la donna della sua vita per la prima volta, lei odorava di pompelmo.
Da quel momento il pompelmo unito al salino del sudore erano per lui l’idea più chiara del sesso e dell’amore.
La strada di campagna costeggiava dei campi di grano ancora verde, c’era quella luce tutta promesse e vanti della fine di Maggio.
L’uomo girò a sinistra e si immise in un viottolo che conduceva ad un gruppo di case di contadini.
Anzi no i contadini se n’erano andati da tempo, adesso c’era un agriturismo di lusso, quelli con la piscina e l’idromassaggio.
E auto di grossa cilindrata nascoste sotto le frasche.
L’uomo fece un cenno di saluto a qualche addetto che si muoveva nel cortile e quindi continuò la sua passeggiata.
Intravide una specie di grande stagno dove i cani erano soliti bere e giocare con le ranocchie.
L’uomo si sedette ad annusare.
L’acqua era ferma e verde.
Emanava odori di alghe imputridite e tarassaco fresco, un po’ di rosa selvatica dai rovi. 
L’uomo pensò a quell’acqua di colonia che sua madre usava nei giorni di festa. 
"Io sono drogata di lui, quando mi privo di lui vado in astinenza… te ne rendi conto?"
"Te ne devi liberare, questa cosa è malata!"
Voci di donna gli arrivarono alle spalle.
Due ospiti del resort, in tuta e capelli raccolti, avevano avuto la sua stessa idea e si erano sedute all’ombra di un albero.
Forse non pensavano che le loro parole fossero così ben udibili o forse se ne fregavano del fatto che un vecchio potesse ascoltare le loro confidenze.
"E’ inutile,  questo amore è un’ossessione per me, un veleno."
"Ma puoi avere Luca. Lui ti ama lo sai, è tanto che aspetta e sarebbe sempre al tuo fianco, lui è un uomo positivo, concreto…"
"Sì ma con lui non è questo amore qui. Lui non mi… incatena."

Era sera.
Un gruppo di nuvole viola si era piazzato davanti alla finestra del suo studio.
Il vecchio distillatore scriveva sopra un foglio di carta ruvida e il suono della penna addormentava i cani sdraiati ai suoi piedi.
La busta con cui avrebbe consegnato il profumo era pronta sopra il tavolo così come l’ampolla sigillata con la sua etichetta di riconoscimento.
"… la formula è da considerarsi definitiva. Sono soddisfatto del mio ultimo lavoro. Il migliore! Credo che "Catene" sarà un grande successo tra le donne."
L’uomo spense la lampada e si avviò a letto sorridendo all’idea di come la multinazionale avrebbe accolto la lista degli ingredienti segreti: veleno per topi e cocaina.



IL SUO PRIMO ROMANZO

Paola Rondini Paola Rondini è nata a Città di Castello (Perugia)  e qui è tornata a vivere dopo molti viaggi e soggiorni all'estero. "Miniature" è il suo primo romanzo, un noir con un forte respiro europeo, frutto di esperienze e visioni al limite della science fiction.
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mercoledì, 10 giugno 2009, ore 10:25

pescasseroli_fiume_sangro_t
di
B.G.

 
 
 
Tra due giorni compirò 90 anni. Novanta tondi tondi. Mi fa una tale impressione pensarci… Sono nato il 14 aprile 1907. All’inizio della primavera, in un giorno di pioggia.
Mi chiamo Romeo, e sono l’ultimo di cinque fratelli. Siamo rimasti in due della famiglia, io e mio fratello Edoardo, che vive in Venezuela da cinquant’ani e che non vedo da almeno quaranta. I miei amici sono tutti morti. Quelli della mia età, intendo. Ne ho ancora di amici, ma sono giovani, sono un altro mondo. Ci vogliamo bene ma non abbiamo un passato e dei ricordi da condividere. Il peso dei miei ricordi è tutto mio. Ho due figli maschi. Sono sposati, vivono in un’altra città, con le loro mogli e i loro figli. Mi vengono a trovare spesso, ma sono sempre di fretta, in corsa con il tempo. Tutti i giovani lo sono, come se il tempo potesse essere raggiunto…
Mia moglie è morta dieci anni fa, nonostante fosse molto più giovane di me. Vent’anni di meno. E’ ingiusta la vita, a volte.  Ci siamo amati moltissimo. Il tempo trascorso insieme è stato un dono.
Ci siamo sposati che io avevo già quarant’anni e lei solo venti. Era bellissima, Anna. Così si chiamava mia moglie. Anna.
Non ho mai capito cosa ci avesse trovato in un uomo tanto più vecchio di lei e che le ha fatto fare una vita dura. Eppure, non ha mai smesso di amarmi, così come io non ho mai smesso di amare lei. Neppure ora che non c’è più e che il ricordo del suo sorriso si è fatto più nebuloso, come tanti altri ricordi. Così, per non dimenticare, spesso apro l’armadio, come in questo momento, prendo l’album di fotografie e comincio a sfogliarle. Così la rivedo.
Nel giorno delle nozze, per esempio. Lei vestita di un semplice abito bianco, lungo che si era fatta prestare da un’amica. Sorride, radiosa. Io vestito di nero, allampanato, ho la faccia seria. Avevo una tale paura che ci ripensasse! Che vedendomi lì, alto alto, magro magro, con i capelli scuri e l’aspetto insignificante, cambiasse idea.
Invece, non l’ha cambiata.
Di mestiere facevo il pescatore. Sul Po. Avevo una barca e una casa in riva al fiume, quando il fiume era ancora pulito, possente e vivo. Era un lavoro duro. C’erano annate buone e altre cattive, ma ciò che non cambiava mai era la fatica. Anna è sempre stata al mo fianco.
Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale, tutti sfollarono in altre città. Gli unici a restare in riva al nostro fiume, siamo stati io e lei.
Poi la guerra è finita e tutti hanno ripreso a vivere. Tutti, tranne quelli che la guerra se li era portati via, o in battaglia o sotto i bombardamenti. Ricordo che un giorno, appena finita la guerra, siamo andati a trovare la sorella di Anna che abitava a Milano.
In città ci eravamo andato in treno perché l’unico altro mezzo a nostra disposizione erano due vecchie biciclette. Ricordo lo shock quando siamo arrivati a destinazione. Case distrutte, macerie, alberi abbattuti. La gente era sì felice, ma glielo leggevi in faccia il dolore, lo sgomento, la fame. La guerra era finita ma aveva lasciato dietro di sé distruzione e morte.
Anna piangeva in silenzio, attaccata al mio braccio come un naufrago a un tronco. Si guardava attorno scuotendo a testa e mormorando: -Dio mio, Dio mio.
Io cercavo di consolarla, ma era così terribile vedere tutta quella distruzione che non credo di esserci riuscito. A ripensarci adesso, con tutti i cambiamenti che sono accaduti negli anni, sembra solo un brutto sogno.
La mia Anna… La chiamavo “la mia principessa” e lei rideva.  Mi piaceva guardarla mentre cucinava, o bagnava le rose, o si pettinava. Adoravo qualunque cosa facesse. Amavo osservare la cura che metteva in ogni piccolo gesto, dal cucire un bottone a sfogliare un libro, dal lavorare a maglia a cuocere il pesce. Nonostante le tante cose che avevo da fare, mi perdevo dietro la sua figura. E la notte, quella donna diventava completamente mia. Restavamo stretti l’una all’altra per ore, ascoltando il silenzio, accarezzandoci, parlando sottovoce perché i nostri bambini dormivano nella stanza accanto.
Abbiamo trascorso insieme tutto il tempo che ci è stato concesso, e non abbiamo perso un solo istante. Non abbiamo mai smesso di amarci, di desiderarci. Parlavamo di ogni cosa. Non avevamo segreti, non ci arrabbiavamo quasi mai, se non per delle sciocchezze.
Un giorno le feci un regalo. Desiderava un’altalena.
-Lo so che è una cosa folle – diceva – ma mi piacerebbe andare sull’altalena, insieme a Paolo e Giovanni. Giocarci con loro. Spingerli verso il cielo e farmi spingere.
Ci misi un mese per costruirla. Non le avevo detto niente, naturalmente. La costruivo nel casotto di, un nostro caro amico, Claudio. Tutte le sere, dopo cena, sparivo per un paio d'ore.
"Dove vai?" chiedeva.
"Fuori, con gli amici.”
Ogni tanto mi guardava sospettosa, ma non mi ha mai detto niente. Non era da me uscire tutte le sere. Io dovevo trattenere il sorriso o avrei rovinato la sorpresa.
Poi, una sera di fine giugno, la chiamai in cucina.
-Anna, tesoro, dovresti andare da Lisa. Mi ha detto oggi pomeriggi che ha bisogno di te.- Lisa era la moglie di Claudio. Sapeva tutto. Ci eravamo messi d’accordo per distrarre Anna, mentre io e suo marito montavamo l’altalena in giardino, dopo averla trasportata con il suo furgone.
-Di cosa ha bisogno?
-Non lo so. Mi pareva in ansia.
-Ma devo mettere a letto i bambini.
-Ai bambini ci penso io, sta’ tranquilla.
Lei mi aveva guardato strana. Non avevamo il telefono allora, per fortuna, così fu costretta ad andare per non passare da insensibile e maleducata.
Nel giro di un’ora, con l’ansia che mi divorava perché non volevo ritornasse mentre io e Claudio stavamo ancora lavorando, l’altalena fu pronta. Paolo e Giovanni mi avevano aiutato nell’impresa, entusiasti.
-Volete aiutarmi a fare una sorpresa alla mamma?
-Sì! – era stata la risposta all’unisono.
L’espressione sul suo viso quando rientrò a casa e venne a cercarmi in giardino non la scorderò più finché campo. Spalancò la bocca, ammutolita, fissando l’altalena rossa con il seggiolino di legno blu.
-Volevi un’altalena? – le dissi –Eccola.
Nemmeno i nostri figli erano così felici. Mi corse incontro e mi abbracciò stretto.
-Grazie, oh grazie! – Piangeva come una bambina. –Ma posso salirci? Mi regge?
-Certo che ti regge!
-Dai, mamma, sali che ti spingiamo!- I bambini le saltavano intorno, ridendo.
Anna si mise seduta sull’altalena e Paolo e Giovanni cominciarono a spingerla forte, sempre più forte. Lei rideva aggrappata con le mani alle corde, la testa rivolta verso il cielo e i capelli, di solito raccolti in una treccia, che le si erano sciolti in parte, dandole un’aria ancora più giovane e sbarazzina.
Abbiamo trascorso tanti momenti belli insieme, ma quella sera d’estate, mentre rideva volando verso il cielo con i nostri figli che ridevano e la spingevano su, sempre più su, è stata di certo uno dei più perfetti.
Anna se n’è andata lentamente, soffrendo ma cercando di farmi credere che tutto andava bene.
-Non preoccuparti, amore mio. Guarirò.
Sapevamo entrambi che non era vero. Il medico era stato chiaro. Cancro alle ossa, uno dei più dolorosi.
L’ho vista consumarsi piano piano, davanti ai miei occhi, mentre io mi sentivo impotente. Davanti a lei fingevo una forza che non avevo. Le sorridevo, la curavo, le stavo vicino. Poi, ogni tanto, quando la disperazione era troppo forte, mi chiudevo in bagno e piangevo. Piangevo fino a quando restavo senza forze. Un corpo accasciato accanto alla vasca da bagno, come uno straccio vecchio. Poi mi rialzavo, mi sciacquavo la faccia, mi stampavo sul viso un sorriso finto e tornavo da lei.
Non sono mai riuscito a ingannarla. Mi puntava i suoi occhi scuri addosso e si limitava a guardarmi, con un sorriso mesto.
Un pomeriggio mi prese la mano e disse: -Non è peccato piangere. Perché ti nascondi da me?
Io non sapevo cosa rispondere. Dopo un lungo silenzio passato aggrappato alle sue mani, dissi:- Perché mi vergogno. Tu sei così forte. Non piangi mai, non ti lamenti mai, non hai paura…
-Non è vero che non ho paura. Ne ho e tanta. Non voglio andarmene, non vorrei soffrire così, ma quando ti vedo qui, seduto vicino a me è come se ritrovassi il senso. Noi abbiamo avuto una vita bellissima e questo non potrà mai essere cancellato. E pensarlo mi dà forza.
Quando Anna ha chiuso gli occhi per sempre, lo ha fatto tenendo appoggiata la sua mano sulla mia. Non aveva nemmeno più la forza di stringerla. Non so nemmeno se se ne sia accorta. Ho sempre sperato che sia passata da un sonno a un altro, senza accorgersene.
Per molto tempo ho pregato di morire anch’io, e forse un po’ sono morto con lei. Nemmeno la presenza dei miei figli mi aiutava. Nemmeno il mio amato fiume mi consolava più. Andavo in barca, pescavo, ma era tutto senza senso, senza un motivazione.
Poi il tempo ha fatto il suo lavoro. Il dolore per la sua assenza è sempre lì, ma ho imparato a conviverci, ho imparato a godere di nuovo delle piccole cose della vita. Una passeggiata in un pomeriggio di primavera, mentre l’aria tiepida spande i profumo dei fiori nuovi, la vista del Po che scorre lento verso il mare, la visita dei miei figli e dei miei nipoti, qualche chiacchiera al bar con gli amici, un buon libro. E la consapevolezza che non manca molto. No, non manca molto e poi mi unirò di nuovo con la mia Anna. Il mio amore. Il mio dono prezioso.
bagar

martedì, 09 giugno 2009, ore 10:43

un
di
Bruno Manca





 
 
Mi chiamo Francesco Della Ventura ma il mio soprannome in America è Frankie delle stelle. In Hollywood Boulevard le impronte delle mie mani sono accanto a quelle di Sergio Leone, Steven Spielberg e John Huston.
A dodici anni ho scritto la mia prima sceneggiatura. L’ho spedita a Spielberg per gioco. Mi ha chiamato un anno dopo. Voleva incontrarmi a Roma. Così è stato, e così è iniziata la mia carriera. In settant’anni di professione ho diretto ottanta film, scritto una cinquantina di sceneggiature e vinto tre Oscar come regista.
Sono più popolare del presidente degli Stati Uniti.
Ho ottantadue anni e sono considerato un genio della cinematografia. In più sono italiano, quindi doppiamente geniale per l’opinione pubblica americana. Sono quello arrivato dal buco del culo del mondo, valigia di cartone in mano e tasche vuote. Nell’immaginario collettivo sono vissuto come una sorta di Superman.
 
Francesco…
Un attimo!
 
Potrei smettere di lavorare domani e spassarmela per il resto dei miei giorni.
Invece no, vado avanti. Invento e scrivo storie senza mai fermarmi.
Italiani pane amore e fantasia, dicono qui a Hollywood.
Col cazzo. Mi sono rimboccato le maniche davanti al computer quando avevo dieci anni. La cifosi e sei decimi di vista andati a farsi fottere sono la prova di una vita passata in compagnia delle parole.
Anni fa, un giornalista della Cnn ha voluto sapere il segreto del mio successo. E’ solo mestiere, ho risposto. Come andare a bottega ogni sacrosanta mattina, col pensiero che hai davanti una giornata di lavoro massacrante in cui suderai come un maiale. Torni a casa la sera pensi a cosa hai imparato e cosa hai sbagliato mentre sistemi gli attrezzi per il giorno dopo.
I miei sono le parole, le immagini e una vecchia cintura di cuoio. Me la regalò il nonno quando compii undici anni. Era sua. Mi raccontò che da piccolo guardava attraverso i fori per vedere meglio le stelle (o così immaginava). Non aveva il cannocchiale e non poteva certo permettersi il telescopio. Così la sfilava, la metteva davanti agli occhi e passava in rassegna il firmamento.
Mi confidò che da ragazzo la usava per spiare le signorine. Ha visto per la prima volta la nonna dal quinto foro. L’ha seguita per la strada con la cintura tesa sulla faccia, finché ha sbattuto la testa contro un palo della luce, a un passo da lei. Si sono conosciuti così.
Le cose più belle sono quelle che iniziano piccole e diventano grandi nelle nostre mani. Se non si possono vedere da uno di questi fori allora è meglio lasciar perdere, è una perdita di tempo, diceva nonno Eugenio.
Le sue parole sono state fonte di ispirazione per tutta la vita. I miei film devono la loro celebrità a lui ai fori della sua cintura.
Guardo attraverso e trovo ogni volta storie nuove, dettagli preziosi che prendono forma nella mia mente, diventata come una pellicola su cui fisso tutto senza tagli o censure.
Anche in questo preciso istante ho la cintura davanti agli occhi. Sto guardando la mia vita dal quinto foro. Parte da Albano Laziale e arriva fino alle colline di Hollywood.
E’ meraviglioso…
 
-Francesco, piantala di giocare col computer e finisci i compiti. Altrimenti ti faccio vedere le stelle.
-Okei mamma, smetto subito.

consiglio

Bruno_MancaBruno Manca vive a Roma dove si
occupa un po’ di tutto: counseling
pedagogico, zen e l’arte di sbarcare il
lunario.
Un’orchidea nelle mutande è il suo
primo romanzo. (Questo del post è un vecchio racconto che a me era piaciuto assai).
bagar

sabato, 06 giugno 2009, ore 11:06

coltelli_04_gr
di
B.G. 
 
 
 
 
 
 
Certo che ricordo ogni dettaglio, ma non mi sentirete mai confessare di aver sbagliato.
Due soli errori ho commesso nella vita: aver messo al mondo un figlio e avercelo lasciato per troppo tempo.
Avevo capito subito che era un bambino strano, sin da quando cominciai ad allattarlo. Non si attaccava al mio seno come tutti gli altri bambini che le infermiere portavano alle puerpere sorridenti. No. Lui lo azzannava il mio capezzolo e vi assicuro che pareva consapevole del dolore che mi procurava.
Assurdo dite voi?
Perché voi non avete visto i suoi occhi mentre amorevolmente lo tenevo tra le braccia e lui, meno amorevolmente, mangiava da me (mangiava me): rotondi e fissi.
Fissi nei miei.
Che mi scrutavano.
Mi studiavano.
Soppesavano la mia sopportazione al dolore.
Io sorridevo, di un sorriso di pietra, sperando che nessuno ci notasse, me e lui, due guerrieri che si valutavano prima della battaglia finale.
Peccato che uno dei due guerrieri fosse un neonato di tre giorni.
E’ stato quando ha compiuto tre anni, però, che anche l’ultimo dubbio è svanito dalla mia mente, cancellato come se una mano invisibile avesse lavato il mio cervello con della candeggina.
Aveva davanti la torta sulla quale troneggiavano tre candeline blu.
Blu come i suoi occhi.
Sulla destra una forchettina, poco più in là il coltello per tagliare la torta.
Non mi sono neanche accorta che fosse sceso dalla sedia. Me lo sono ritrovato addosso, con la manina stretta attorno all’impugnatura del coltello e la lama piantata nella mia coscia.
Non riuscii nemmeno ad urlare.
Lo sgomento aveva sovrastato il dolore.
Lui non smise un secondo di fissarmi, senza alcuna espressione sul viso.
Che potevo fare? sapete dirmelo voi che mi state giudicando con tanta ferocia?
Era mio figlio, che potevo fare?
Niente. Infatti fu esattamente ciò che feci. Niente.
E quando cominciò ad andare a scuola e le maestre mi facevano chiamare perché il bambino era strano, no, non violento, ma trascorreva ore intere in un angolo, non parlava, non si muoveva, si limitava ad osservare gli altri ma con un’intensità... uno sguardo... Le maestre non riuscivano a spiegarmi, si fermavano imbarazzate, ma io sapevo.
Intelligente lo era, e molto. Troppo.
Inquietante, mi disse un professore di liceo, raccogliendo tutto il coraggio che aveva messo da parte sino a quel giorno.
Studiava, si applicava.
Il migliore della classe.
Ma mai una parola, con nessuno.
Loro non lo sapevano, ma nemmeno una parola neppure con me.
Dopo l’episodio della torta dei tre anni, niente, tranquillo. Solo non smetteva di scrutarmi.
Poi, ieri, le sue prime parole.
Eravamo a tavola, ha smesso di mangiare e mi ha guardato con quei suoi occhi agghiaccianti, fermi.
“E’ il momento” ha sussurrato, la voce che stentava a farsi sentire.
E’ balzato in piedi e per me è stato sufficiente.
Perché anch’io lo aspettavo questo momento.
L’ho aspettato tutti questi anni come un guerriero aspetta un ordine di battaglia.
E un guerriero non è mai disarmato.
(da Il pelago nell'uovo, Mobydick)
bagar

giovedì, 04 giugno 2009, ore 09:48


mafalda



Di
Barbara Gozzi
 
 




Al mio terapista non piaccio. Ma proprio neanche un po'.
Dev'essere una di quelle percezioni tattili, come si dice. A pelle. Esatto.
Le prime sedute sono state di una noia relativa, per me che già le sapevo quelle cose lì.
Di nonna, papà e compagna, mamma e Giulia. Poi Stefano, Carletto, Maino e gli encefali che in ufficio mi succhiano perfino il sudore. Per inciso: Giulia è mia sorella, la piccola, non la compagna di mia madre che lo so come vanno quelle cose lì. Pissi-pissi coi sorrisi sornioni e gli sguardi maliziosi a non finire.
Comunque.
Il primo suggerimento (non lo so se si chiamano così, quando ho iniziato ero convinta che dovesse solo tacere e annuire, ascoltare e annotare, lui – il terapista - ma forse avevo visto troppi telefilm in bianco e nero, o forse era solo quello che speravo), ha detto quasi testualmente: potrebbe iniziare smettendo di riempire il silenzio, non cerchi spiegazioni tanto meno ne dia, provi a smettere di ascoltarlo 'il silenzio', lo lasci andare.
Graaande. Ho pensato.
Siccome poi sono una precisa e ordinata mi sono messa subito al 'lavoro'.
Il primo disastro è arrivato con Pietro, quello che sta con me da più tempo degli altri. Ormai diverse notti fa, volevo che mi toccasse in un certo modo (non starò qui a dettagliare, tranquilli), comunque non potendo 'riempire i silenzi' gli ho preso la mano, lui l'ha ritratta di scatto e gli è venuto perfino lo sguardo assassino da 'ma che fai, ti sei impazzita?'. Dopo un po’, ero particolarmente ispirata da un'altra cosuccia, che di solito gli piace ma di nuovo il fatto che mi sia spostata diciamo repentinamente, che abbia fatto e basta in pratica, ha scatenato l’irreparabile: senti, se non ne hai voglia basta dirlo.
Chiuso il capitolo sesso, che insomma, va beh.
Ho pensato che potevo riprovarci su un terreno neutrale, durante una delle infrasettimanali cene da papà.
Peggio che mai.
Ecco che ha combinato qualcosa. C’ha una faccia, poveretta. Ma chi la capisce a quella, già prima era un casino figurati adesso che fa la mummia. Sono stati i commenti più carini (riferiti da quella gobba della Teresa, la compagna di papà, che al telefono pare una centralinista erotica, da come allunga le parole). A dirla tutta, papà non pareva particolarmente contrariato. Mi guardava. Annuiva ogni tanto. O magari si fissava su un punto imprecisato tra il mio collo e il mento. E lì stava.
Allora non ho potuto trattenermi. Alla seduta non ho fatto neanche in tempo a posare la borsetta che avevo una tale lava in gola, e ho sputato tutto sulla giacca beige dell'illustre spettabile onorato pregiatissimo professionista.
Senta, ma lei le sue idee brillanti le dispensa a tutti o è solo una mia esclusiva?
Il terapista è un tipo 'sportivo', si è fatto un sacco di risate sugli stessi racconti di cui sopra. Io no però. Ero furiosa.
Non sono contraria ai blablabla di genere, da donna intendo non potrei mai dar contro a Madre Natura che ci ha dotate di mille e più capacità esponenzialmente sviluppabili (tipo fare due o tre cose alla volta, intuire i pensieri dalle sopracciglia, prevedere le mosse e attuare contromosse alla spiderman aprendo o chiudendo le gambe, spingere i discorsi solo nei cunicoli bui che conosciamo, darcele di santa ragione tra gonnelle ma cercare la protezione della terza gamba per leggere una stramaledetta mappa di google).
Però la faccenda dei silenzi mi pare fondamentale.
Se non riempio i buchi, mi son detta e ripetuta fino alla cefalea (tutt’ora in corso, maledizione), se non vomito concetti, logiche, pensieri e programmi. Se non racconto al mondo chi sono, cosa sto diventando, dove vado, cosa sogno e perché amo ciò che amo. Se non mi rendo parte di un flusso di parole che posso controllare, dove sono io a decidere, essere, spiegare, percepire, annotare, catalogare.
Se.
Che cazzo faccio, quando non dormo?
bagar

mercoledì, 03 giugno 2009, ore 14:28

Allora, non so voi, ma io di libri polizieschi e film polizieschi e telefilm polizieschi sono un po' stufa. Qui indagano tutti: preti, dottori, suore, casalinghe, bancari, postini. E i poliziotti, appunto. Sono un po' stanca di leggere di indagini perfette su serial killer geniali oppure di poliziotti un po' fuori (che adesso vanno tanto di moda) o che sembrano loro dei serial killer da tanto sono cattivi. Insomma, sono un po' stanca di queste storie qua. A meno che. A meno che i libri non siano DAVVERO belli e pure i film, i telefilm, i fumetti e quant'altro. Per essere DAVVERO belli, per me, (e adesso parlo dei libri) devono: 1) essere scritti bene; 2) raccontare storie interessanti; 3) emozionarmi; 4) farmi pensare; 5) farmi pensare pensieri nuovi; 6) farmi arrivare d'un fiato alla fine con il rimpianto di averlo finito (il libro).

Questa lunga introduzione per consigliarvi un piccolo libro (e non molto recente e pure di una piccola casa editrice), scritto da un poliziotto (capo di gabinetto alla Questura di Piacenza) che si chiama Girolamo Lacquaniti. Il titolo è Storie di un commissario di provincia (Editrice Berti). La provincia è Piacenza. Lacquaniti racconta di storie vere, capitate a lui, con personaggi veri ed emozioni vere. Mondi lontanissimi che si incontrano e, per un istante, diventano una cosa sola. Alban, Angela, Ciccio, chi sta di qua della linea d'ombra e chi al di là.
Questo è un libro scritto con umiltà da un uomo che fa il suo mestiere con coscienza e rispetto. E non è così scontato che succeda. 
Che poi, a me, i poliziotti, adesso che ci penso,  non mi stanno neanche tanto simpatici. Per ragioni di vario genere che hanno radici lontane. Ma questa è un'altra storia... Tranne alcuni. Lacquaniti, per esempio.

Io non sono un poliziotto.
Io faccio il poliziotto.
Non che dica questo per far capire che sono meglio o peggio.
Solo che c'è una bella differenza tra ciò che si fa e ciò che si è.
Che poi non sappia bene in cosa consista la differenza è irrilevante. (...)
Però non fraintendetemi. Mi piace il lavoro che faccio. Perché, ancora, è uno dei pochi mestieri dove le cose e le persone - quelle vere, fatte di carne, ossa, nervi e sogni - le vedi da vicino e le ascolti, le annusi e le tocchi. (...)
Come faccio a spiegarvi che un albanese che ieri hanno arrestato con un chilo di cocaina mi aveva commosso?
Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire.
Spero di conoscerla un giorno.

bagar

lunedì, 01 giugno 2009, ore 09:36

montagna
 di
Renata Maccheroni




 
Verrà
A posarsi tra mano e cuore
In punta di vento
Quel tuo sorriso pallido
 
 
Immaginazione fervida, la mia, e soprattutto, ottimista. Il tuo sorriso è sguaiato tanto quanto certi giorni di settembre attanagliati tra furori di sole e pioggia a scrosci. Non esiste, il tuo sorriso: modellato da troppi artisti presunti tali che in te albergano con la ribelle spigliatezza di falsi bohémien. Per tornare sulla tua bocca fatti della medesima grottesca facilità con la quale li dipingi, precisi senza sbavature in favore del pubblico cui rilanci te stessa, inesistente. Un buon motivo, uno soltanto, che mi spinga a parlare di te? Penso, non c’è ragione al mondo, nemmeno a recuperarla sul fondo del più sudicio bidone che giustifichi una qualunque parola, mia, nei tuoi confronti.
Meglio guardare il mare. E non fermarmi su di te e neppure su Lucio, o meglio sulla sua memoria. Lucio finito in un vuoto lungo duecento metri e due compagni di cordata appresso.
Meglio guardare il mare. E non ragionare sulla montagna: ferma, che trova il coraggio di muoversi soltanto a pezzi, quasi mai tutta intera. Il mare muove in continuazione e tiene stretta in grembo la presunzione d’infilarsi là dove gli dei comandano. La montagna è appuntita, il mare rotondo. Fanno male certe punte acuminate, fanno male certe rotondità pesanti come massi. Fa male stare qui, col sole in fronte senza beatamente cantare, bensì muto quando altrove è buio, un altrove vicino quanto il corpo di Lucio steso sotto un telo, gli scarponi ai piedi e il massacro dentro.
Certi giorni di settembre dovrebbero crepare, spaccandosi di vergogna. Invece proseguono imperterriti uno dopo l’altro senza voltarsi mai, in eterno partorire di melma e pietre.
 
 
bagar

venerdì, 29 maggio 2009, ore 10:57

tango argentino

di
B. G.
 
 
 
 
Alice e Debora sono a cena da me. Chiacchiere, risate, buon cibo e buon vino. Come spesso capita, abbiamo finito con il parlare dei nostri amori. Le donne lo fanno sempre. Chissà se lo fanno anche gli uomini quando s’incontrano tra amici. Ne dubito. Mi sono fatta l’idea che hanno un rapporto più liquidatorio con le storie d’amore.
-E’ qui riunita – dice Debora – la triplice alleanza della sfiga amorosa.
Alice scoppia a ridere, io un po’ meno. Delle tre, sono quella che più recentemente ha vissuto traversie amorose. Una relazione di tre anni. Tre anni di promesse, illusioni e disillusioni. E da un mese, tutto finito.
-Dice che mi ha lasciata perché ha bisogno dei suoi spazi, che si sente soffocare, che non è pronto per una relazione seria. E che non vuole farmi soffrire.- Sono al mio terzo pacchetto di Clinex e al posto degli occhi mi pare di avere due patate.
-Sì, certo. Per fortuna che di mestiere non fa il chirurgo- Alice scuote la testa e guarda il soffitto sconsolata. -Ma come fai a credere a tutte queste palle, me lo spieghi? Quello ha un’altra e non ha il coraggio di dirtelo. O, più semplicemente, non è più innamorato. Toh, usa questo rotolo di Scottex, sono stanca di alzarmi a prenderti fazzoletti di carta.
Cercare consolazione da Alice è come avere sete nel deserto. E’ così terribilmente realista e sarcastica che se va avanti così mi butto  dalla finestra. O ci butto lei.
-Mi sento come se fossi in lutto.
-Per uno così, un mese di lutto è troppo. Sai, non dovresti parlare assolutamente più di lui. Non ti ha voluta? Non ti merita. Fine – dice Debora.
Dannazione, è vero! Eppure non passa giorno senza che lo pensi, o non trovi il modo di parlare di lui, anche se solo per elencarne la lunga lista di difetti che spaziano dall’insensibilità al pessimo gusto per le cravatte.
-Giusto – fa Alice. –Com’è che dicono? Chi non mi ama…
-… lo amerò pazzamente! – conclude Debora.
Ridono. Invece io mi sento un’idiota al cubo e mi sento colpevole di sentirmi idiota e mi sento più idiota ancora per sentirmi idiota di sentirmi colpevole di sentirmi idiota. Soprattutto, mi sento a un passo dalla neuro.
Mi domando perché debba sempre innamorarmi di uomini che, alla fine, se ne vanno lasciandomi solo una marea di ricordi, dolore e un paio delle loro ciabatte sotto il letto.
-Non riesco a non pensarlo – dico. –Sto malissimo.
-Forse avresti bisogno di un analista- dice Debora. Ormai nel giro delle nostre conoscenze ci si scambia gli indirizzi degli analisti come si trattasse di ristoranti.
-Non ho bisogno dell’analista, ho bisogno di qualcuno che mi renda felice.
-Per quello la gente va in analisi.
-Per essere felice?
-No, per sapere perché ha bisogno di esserlo.
-Mi sembra una cavolata.
-Può darsi. Ma è una cavolata che costa.
No, non ho bisogno di un analista e anche se ne avessi bisogno non potrei permettermelo. Se proprio devo scegliere come spendere i pochi soldi che ho preferisco farlo in libri, cinema e biscotti.
-Il punto è che manco di tempismo – dico mentre sparecchio.
-Tempismo? – chiede Alice.
-Sì. Sono sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Per questo mi innamoro dell’uomo sbagliato.
Ci ho messo dieci secondi a innamorarmi di Diego, ma sei mesi prima di cedere alle sue lusinghe. Quando ci siamo conosciuti ero appena uscita dall’ennesima storia assurda, una di quelle che Alice e Debora definiscono le mie Waterloo, qualcosa del tipo “lei ama lui ma lui è sposato con una donna che non ama ma non può lasciare perché lei ha tentato due volte il suicidio e poi le hanno diagnosticato un cancro per cui come faccio a lasciarla, spero che tu capisca”. Peccato avessi incontrato la suicida terminale un mese prima, in un grande magazzino. Forse aveva fatto un viaggio a Lourdes, comunque il suo aspetto era decisamente migliore del mio.
Diego lavorava come tecnico per un’importante azienda di telecomunicazioni. Mi avevano contatta un pomeriggio per offrirmi una “vantaggiosissima offerta”. Io che non riuscirei a dire “No” nemmeno se volessero vendermi un’astronave, avevo accettato che un loro tecnico venisse a mostrarmi in cosa consisteva l’offerta.
Il tecnico era Diego. Quando ho aperto la porta e me lo sono trovata di fronte sono rimasta senza parole per alcuni secondi.
-Buongiorno, sono Diego Mattini della… - e mi aveva fatto il nome della compagnia. Io non ero riuscita nemmeno a dire “Buongiorno”. Ero ipnotizzata dal suo viso. Un miracolo di perfezione. Mai visti occhi verdi più belli dei suoi.
-Signora?
Ero riuscita a formulare un: -Sì? – flebile.
-Sono Diego Mattini della… – e mi aveva ripetuto il nome della società.
L’avevo fatto entrare e da lì era iniziata la nostra storia. Inutile dire che avevo comperato tutto quello che mi aveva offerto. Roba di cui, per altro, non so assolutamente che farmene.
Nonostante mi piacesse tanto, non avevo ceduto subito. Lo spettro della storia precedente incombeva su me come un malaugurio.
Diego mi aveva corteggiata con una costanza e una tenacia che aveva suscitato l’invidia delle mie amiche.
-Vorrei che anche Marco mi mandasse una rosa, non dico tutti i giorni come fa Diego, basterebbe una volta all’anno- aveva commentato Debora, dopo che  le avevo raccontato, a metà tra l’incredulo e l’estasiato, ciò che tutte le mattine mi faceva recapitare.
-Ti telefona un sacco di volte e non ha orari precisi?- Alice mi aveva fissata a occhi sgranati. -Guarda che qualcosa deve avere. Sarà impotente, vivrà con la mamma o sarà un serial killer.
Invece no. Era un amante dolcissimo e generoso, vive da solo in un bell’appartamento poco lontano dal centro e non mi risulta sia un serial killer. Non nel senso comune del termine, almeno. Perché una vittima l’ha fatta, eccome! Solo che continua a deambulare, a respirare e non sanguina. Sono io!
Sei mesi avevo resistito al suo assedio.
Io: -No, non voglio un’altra storia. E’ troppo presto.
Lui: -Sì, certo capisco. Posso chiamarti domani?
Io: -D’accordo.
Lui: - Possiamo vederci più spesso?
Io: -No, non voglio farmi coinvolgere da un altro uomo.
Lui: -Sì certo, capisco. Ti va di venire a cena? così, tanto per parlare un po’.
Io: -D’accordo.
Avevo iniziato a uscire con lui riuscendo a vivere il tutto con un distacco che sbalordiva le mie amiche e me stessa. Mi godevo ogni momento del nostro rapporto, e quando chiudevo la porta di casa non cominciavo a sentire la sua mancanza dopo soli cinque minuti. Ero soddisfattissima di me. Finalmente un rapporto libero e maturo, mi dicevo e lo dicevo anche a Debora e Alice che mi osservavano a metà tra il contento e il perplesso.
Poi era successo il disastro.
Una mattina lui non mi aveva telefonato - come faceva sempre da che ci eravamo conosciuti- per augurarmi il buongiorno. Poco male, chiamerà più tardi, avevo pensato. Era arrivato il pomeriggio e il telefono aveva continuato a non suonare. A metà pomeriggio avevo cominciato a lanciare occhiate sempre più inquiete prima all’orologio, poi al telefono e alle otto ero in preda a un’ansia che mi aveva portata a mangiare un’intera scatola di wafer al limone, a non preparare niente della cena che mi aspettava quella sera stessa con degli amici, e a ridurre il tempo delle conversazioni con mia madre e le amiche a dieci secondi netti pur di lasciare l’apparecchio libero.
Quando finalmente, alle otto e dieci, Diego aveva chiamato, per poco piangevo dalla gioia. E avevo effettivamente pianto, ma dopo aver riattaccato la cornetta. Non sapevo se per il sollievo o il terrore.
Quel giorno era iniziata la mia capitolazione.
-E’ affascinante avere una storia d’amore con una cuoca- mi diceva Diego.
-Una cuoca disoccupata - precisavo.
-E’ solo un periodo passeggero, vedrai – diceva lui. Diego era sempre così ottimista... Aveva avuto ragione, comunque: dopo una settimana dall’inizio della nostra relazione avevo iniziato a collaborare con una societa di cattering.
-Sono il tuo portafortuna- mi aveva sussurrato in un orecchio la sera in cui glielo avevo detto. Avevamo festeggiato cenando a casa a lume di candela.
Diego un portafortuna.
Sembrava tutto troppo perfetto, non poteva durare. Tutte le mie amiche si dibattevano tra storie d’amore zoppicanti se non addirittura monche, io stessa avevo collezionato solo disastri, perché questa volta avrebbe dovuto andare meglio?
E infatti tutto era finito. Ancora oggi non riesco a spiegarmi cosa sia successo.
Come può essere? Come può non amarmi più dopo tutto quello che ha fatto per conquistarmi?
-Tesoro, non è per ferirti, ma capita continuamente – dice Alice. –Non è colpa loro: sono uomini.
Sono uomini! Ma che razza di spiegazione è?
Io non lo so perché mi ha lasciata. Davvero, non lo so. Niente assolutamente niente mi poteva far presagire una cosa del genere.
-Sei sicura? – mi chiede Alice. – C’è sempre qualche segnale prima…
No, nessun segnale. O almeno non abbastanza chiaro per me.
-Dai, Sara. Non puoi continuare a pensarci! Stiamo ancora parlando di lui! – fa Alice.
-Ma scusa, è passato solo un mese – dico. –Abbiate un po’ di pietà…
Fisso un punto indefinito davanti a me e cerco di capire come può essere che un uomo possa dire di amarti, di volerti portare sulla Luna e poi ti possa lasciare senza una ragione…
-Sara? - La voce di Debora mi scuote e mi riporta alla realtà. –Senti. Facciamo una cosa.
-Cosa? – domando sul’orlo delle lacrime.
-Qualsiasi cosa! – esclama. –Usciamo e diamoci alle follie. Ubriachiamoci e balliamo un tango in mezzo alla strada. Qualunque cosa, ma usciamo da questa casa. – Si alza con impeto.
-Non me la sento…
-Sara – interviene Debora – nessun uomo merita questo. E poi se se n’è andato significa che non era quello giusto. Quelli giusti restano, credimi…
La guardo. Ha un’espressione strana, un po’ triste, come se stesse parlando di un sogno fatto e in parte dimenticato.
Mi soffio il naso e rilascio un lungo sospiro.
Da un mese mi pare di non riuscire a fare altro: soffiarmi il naso, asciugarmi le lacrime e sospirare.
E, d’improvviso, così, come se un lampo mi avesse illuminato il cervello mi vedo. Mi vedo come se fossi fuori da me stessa, come se fossi un occhio esterno: una donna giovane e carina, seduta a un tavolo, con la faccia sfatta dalle lacrime, il naso rosso e i capelli che sembrano esplosi, circondata da una montagna di fazzoletti di carta usati.
A cosa servono tutte queste lacrime e questi sospiri? Diego non tornerà. Probabilmente non l’ho mai avuto. Avuto come solo un amante si può avere. E capisco che il problema non è Diego. Il problema sono io che mi aggrappo a uomini che non vogliono restare. Che non mi vogliono davvero. In questo mese non ho fatto altro che compatirmi. E piangere. Piangere. Piangere.
Mi alzo di colpo.
-Che c’è? – dice Debora guardandosi attorno come se fosse apparso un fantasma.
-Usciamo.
Loro due si guardano e poi guardano me.
-Ma ti senti bene? – chiede Alice
-No, sto malissimo, ma non mi sopporto più.
Debora comincia a ridere e si alza a sua volta. –Dai, andiamo.
-Dove?- Chiede Alice mentre ci segue fuori dalla cucina.
Io mi fermo, mi volto e le guardo. -Pensavo a un tango in mezzo alla strada, che ne dite?
 
bagar

martedì, 26 maggio 2009, ore 12:55

quartieri popolari
 
di
Enrico Miceli




 
Quando alle quattro di notte stai in giro con il tuo cane al guinzaglio che ti tira verso i bidoni della spazzatura che vomitano fuori sacchetti neri, confezioni umide e brandelli di frutta marcia, e ti guardi intorno avvolto in un silenzio irreale e vedi una distesa infinita di edifici monotoni e decadenti e cammini veloce per scaldarti dal freddo che ti gela il midollo e senti che sei senza fiato e tremi anche se stai indossando i guanti, la sciarpa, e hai il passamontagna tirato giù fino alle orecchie. Quando sai che intorno alla stazione decine di persone risposano insaccate nei cartoni come carne tritata in un budello di maiale e sei cosciente che la periferia non è più un luogo fisico ma una condizione umana. Quando tutto ciò ti è chiaro, beh, allora trovi assolutamente normale che ragazzi provenienti da un centro di aggregazione sociale s’infilino in un edificio abbandonato da anni e lo rendano agibile e vivo, e invitino tutti all’interno della struttura e organizzino una festa dove si mangia e si beve e poi si beve e poi si beve ancora, così il freddo sparisce e forse la notte scivola via con facilità e ognuno è più sereno, è più tranquillo, è più felice. «Punto» diresti tu nella tua mente. E vorresti restare lì a goderti il concerto senza nessuna preoccupazione, con l’unico pensiero in testa di aver contribuito a fare qualcosa di utile, di divertente, di bello. Vorresti solo vivere in pace giusto per un po’. Vorresti solo vivere in pace senza avere costantemente paura. Ma poi sai già che la polizia interverrà giù dura per far ritornare all’antica decadenza l’ex palazzina dei vigili che hai occupato, e che nell’indifferenza autolesionista della città intera, ti ritroverai nuovamente alle quattro di notte, in giro col cane al guinzaglio che tirerà come sempre verso i bidoni della spazzatura che vomiteranno ancora una volta i sacchetti neri, le confezioni umide e i brandelli di frutta marcia.
Se malgrado il fiato corto troverai la forza di guardare in faccia la periferia avvolta dal suo solito silenzio irreale, allora potrai riuscire a vedere anche quell’infinita distesa di edifici monotoni e decadenti che ne hanno cementato l’anima. E appeso ai balconi di ogni edificio vedrai sempre un unico grande striscione che ripete ossessivamente la stessa parola: “Vendesi”.  
bagar
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venerdì, 22 maggio 2009, ore 10:54

blog&nuvole

 

Ieri, alla triennale di Milano, si è svolta la premiazione del concorso lanciato quasi un anno fa dal sito Blog&Nuvole. Il risutato è un catalogo meraviglioso contente, olre che le storie illustrate dei 5 vincitori, anche altre arrivate in finale e selezionate per la pubblicazione. E io ci sono! La cosa mi ha emozionato assai anche perché l'idea che un disegnatore di fumetti sia stato ispirato per le sue strisce da una mia storia (Orma) lo trovo fantastico.

Come è stato detto in vari interventi, la qualità dei lavori giunti in redazione è stata altissima. Molti rimasti fuori dalla pubblicazione avrebbero meritato di esserci. Ma il vero evento è questa fusione di arte grafica e parole che ha podotto un risultato forse unico in rete.

Grazie a Lucia Saetta e a Cristina Vannini Parenti che hanno lavorato con entusiasmo e passione al progetto.

Ma soprattutto grazie a Jacopo Vecchio che ha dato le immagini alla mia storia.

E' stato divertente incontrare un sacco di bloggers "dal vivo".

Un abbraccio a tutti!

bagar
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giovedì, 21 maggio 2009, ore 11:15

L'amica poetessa Cristina Bove mi ha fatto il dono di parlare di Sirena (mezzo pesante in movimento) (TEA, 2007) nel suo blog. Generosa com'è, di doni me ne ha fatti più d'uno, compresa questa poesia.

 

stanza sul mare



 
DI_STANZE DI MARE

 
Siedi, con le mani strette alle parole
 
tastiera di stelle e refusi
 
Dov’eri? mi chiedi
 
in tutti questi anni che ho battuto strade
 
tra barboni e puttane
 
e il desiderio di un angelo spaesato mi prendeva
 
davanti al mare, scompigli, tragitti a bassa quota
 
di gabbiani-spazzini nel sartiame
 
odore del catrame, e la risacca a dondolare barche.
 
 
 Siedo, e scorro veloce con le dita
 
detriti di pensieri scivolati sui fianchi
 
ha fermagli d’acciaio lo sbadiglio
 
che fotocopia pause.
 
Accompagna il mio ritmo in alghe e diatomee
 
bollicine di luce l’abat-jour
 
disegna l’onda prossima al lenzuolo.
 
 
 L’antro dell’elfo ha stalattiti argento
 
scialli di verdeazzurro alle pareti
 
e musica riversa sui cuscini
 
vieni, siediti accanto al mio respiro.
 
 
 
bagar
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martedì, 19 maggio 2009, ore 10:08

O ridere o morire
O ridere o morire, Todaro editore

di
B.G.
 
 
 
 
 
Due pallottole non sempre uccidono.
L’ho colpito puntando l’arma dritta al cuore. Ma lui si è mosso e io non ho mai avuto una buona mira. Il primo colpo lo ha ferito al braccio sinistro, il secondo si è conficcato nella credenza del Settecento di sua madre. Poco male. L’ideale, però, sarebbe stato che al posto del mobile ci fosse sua madre nonché mia adorata suocera.
L’aspetto seccante di tutta questa faccenda è la patetica assenza di originalità: mio marito completamente fagocitato da sua madre, sua alleata e consigliera. L’ha spinto a tradirmi con la mia migliore amica. Più bella, più giovane, più magra, più laureata, più ricca. Più.
Quando l’ho affrontato non ha nemmeno tentato di negare. Non per più di cinque minuti almeno. Ha solo dilatato gli occhi in una sorta di ingenuo pentimento poi mi ha giurato che è stata solo l’avventura di una notte e che ama solo me.
Siamo sposati da cinque anni, ma tra noi due nemmeno una sola notte è stata un’avventura.
Mi ha promesso di portarmi in crociera, così, solo io e lui. Mi ha rigiurato che io sola sono la donna della sua vita. “Chiedilo alla mamma se non parlo sempre di te”.
Io gli credo.
Per questo ho preso la pistola.
Solo che lui, nonostante la pinguedine e la totale mancanza di allenamento, è stato sorprendentemente agile.
Ha schivato i due colpi, non del tutto ma abbastanza per cominciare a correre. Si è precipitato in giardino facendo i gradini due alla volta, ha saltato con un balzo il nipote della portinaia seduto per terra a giocare con secchiello e paletta, ha quasi travolto il postino, ha attraversato la strada a grandi falcate ed è scomparso nel parco davanti casa.
In questo momento i poliziotti hanno finito di leggermi i miei diritti che sono più numerosi di quanto mi aspettassi.
Mi sento comunque appagata.
Due pallottole non sempre uccidono.
L’ infarto sì.
bagar

venerdì, 15 maggio 2009, ore 09:44

nero
di  
Daniela Losini
 
Il nero aveva una bocca grande.
 
Talmente grande che misurarla non potevi perché non esistevano unità di misura sufficienti per delinearne i confini.
 
Un giorno però uno scienziato si mise in testa di trovare una forma di misurazione possibile. Passò quindici anni sui libri e altri due scrivendo su una lavagna equazioni lunghissime che mano mano diventavano sempre più corte, sino a ricavarne una formula che indicava la nuova unità di misura che serviva a definire la grandezza della bocca del nero.
 
Impiegò altri tre anni a delimitare tutto il perimetro, nel frattempo la moglie lo lasciò, i figli invecchiarono arrabbiati e i nipoti sapevano solo di avere un nonno che lavorava al buio.
 
Quando ebbe finito, lo scienziato si mise a fare qualche altro calcolo e determinò che con una certa forza, si sarebbe potuto creare un tunnel.
Applicò i calcoli e le leggi fisiche operarono il resto.
 
Quando ebbe aperto il tunnel si rese conto che l’unica cosa consequenziale e saggia in quanto studioso, era varcare il tunnel. Camminò, in misura temporale concordata, per circa tre giorni.
 
Quando arrivò alla fine, citofonò al campanello di casa sua ma nessuno rispose.
 
bagar

mercoledì, 13 maggio 2009, ore 11:02

 

amore caro

 

Sabato 16 maggio alle ore 12,30 sarò alla Fiera del libro di TorinoSpazio Autori A , padiglione 1.

L’amore difficile. A filo doppio con le persone fragili Walter Veltroni incontra Clara Sereni - Proposte degli editori  

 
a cura di Cairo editore
Intervengono: Oliviero Beha, Giovanni Maria Bellu, Gloria Buffo, Barbara Garlaschelli, Pulsatilla
Coordina: Benedetta Centovalli


 

bagar

martedì, 12 maggio 2009, ore 10:10

sala da ballo
    di
Marilù Oliva
 
 

 
La scena è identica a quella di altre notti opalescenti. La sala da ballo, la musica. Salsa. Ancora. E’ da una decina d’anni che sono incapace di ascoltare altro. I latini di colore circondano con aria deliziosamente sbruffona la console, come una corona scura che imperla la fronte di una regina africana. Si sentono a casa loro, compiaciuti di un riscatto che di giorno, forse, non ricevono. Le coppie si affaccendano in pista inseguendo le ultime evoluzioni imparate a scuola.
Una rumba spezza la penombra discreta ed io, seduta accanto ad Anna, aspetto che un altro sconosciuto venga a chiedermi di ballare.
Anna è impaziente, si alza e comincia a pedinare le figure da sola, muovendosi come se davanti a lei ci fosse un immaginario compagno che le pesta il ritmo.
Anch’io ballo, ma resto seduta. Ballo dentro, e mi sento più inquieta perché non ho ancora imparato a prescindere da uno stato fisico ciò che può appartenere anche solo all’anima. Sono nervosa e per ingannare l’attesa bevo, fumo e sistemo in continuazione lo spillone d’argento che mi tiene in un concio i capelli.
Il danzatore immaginario di Anna si concretizza in un pretendente. Certo, non è proprio come lei se lo era immaginato, i nostri ballerini sono attempati e senza fascino, ma con la scarsità di inviti diffusa al giorno d’oggi, non ci si può permettere un rifiuto. Così la mia amica entra nei girotondi della pista e scompare roteando tra le stelle filanti delle braccia.
Io resto sola e continuo a ballare, scoppiando dentro.
Bevo e fumo ancora. Dovrei smettere con questo vizio, mi stanno già venendo le rughette sopra le labbra. Ma a quarant’anni devi già fare troppi sacrifici per contemplarne anche uno così grosso. Mi terrò le rughette insieme al piacere delle Marlboro, penso guardandomi intorno. Poi distinguo nella pista una figura familiare. L’istinto me la codifica immediatamente come una persona molto vicina, ma la memoria -tutta colpa del buio- impiega qualche secondo a delinearne i contorni e a riconoscerla.
E’ lui.
Sta ballando con una ragazza che indossa un lungo vestito nero, con la schiena scoperta. L’avrà invitata per quella parte nuda del suo corpo, figuriamoci se se l’è fatta sfuggire. Lui si accorge di tutto. Non mi ha vista ma sa che mi trovo qui, forse è questa la ragione della sua incertezza nell’approccio? Se io non fossi presente, e lui avesse la sicurezza di questo dato, la stringerebbe con più ardore? Non mi consumo in una risposta, preferisco lasciare la domanda a mezz’aria.
Pesta altre terre la mia concentrazione.
Voglio che sappia che l’ho visto, voglio che il suo imbarazzo lo pietrifichi e non perché sta danzando con un’altra dalla schiena scoperta, no. Nei nostri balli lo scambio delle coppie è concesso, anche con le donne poco vestite. Anzi, soprattutto con esse. Ma solo in pista e senza troppi strusciamenti, in fondo lui si attiene alle regole, quindi, non ho niente di plausibile di cui lamentarmi.
Mi alzo e sento tutto il ritmo che covavo dentro salirmi alla testa. Dovrei ballare da sola come fa Anna, ma non ci riesco. Mi dirigo senza esitazioni davanti a lui. Balla e le sorride. Lo fisso finchè si accorge di me. E’ un attimo, una vuelta e il suo sguardo cambia quando mi raggiunge. Poi sparisce nel giro del dile que no, ma io continuo ad osservarli con fissità. Involontariamente assumo un atteggiamento minaccioso: sono impettita davanti a loro, con le braccia conserte.
Ho ottenuto esattamente quello che volevo: il suo imbarazzo lo immobilizza, tanto che la signorina dalla schiena nuda si accorge di me.
In quel momento mi viene da sorridere. Aveva ragione Pirandello, di una sola che io sono, mi confondo con altre centomila persone. Quello che io paio alla sua ballerina: una donna innamorata o la sua fidanzata, forse, indispettita, gelosa,  piazzata davanti a loro per interrompere quell’insidioso giro di corpi. Magari si sarà sentita anche lusingata, in quella stanza di civetteria che ogni donna possiede, per aver suscitato le gelosie di un’altra e magari, nella stessa stanza, avrà aperto finestre sorridenti al sole. Una piccola vittoria femminile. Ma lei non sa che oltre c’è l’immagine di me che lui trasfigura. Cosa vede quando mi pensa? La donna che ama e che lo tormenta.
Poi c’è l’ultima sfaccettatura della realtà, quello che io veramente sono: una persona seccata perché non è stata rispettata una richiesta.
Eppure non riesco ad arrabbiarmi. Perché in fondo la sua presenza mi arreca un dolciastro e cattivo compiacimento, quella sadica sensazione di sollievo nell'aver constatato, di nuovo, che lo possiedo.
L’ultima volta era capitato a me. Io mi ero messa in gioco. Adesso la certezza del sentimento mutilato mi rasserena. Tanto non può ferirmi. Sono al sicuro, perché lui mi ama.
Quasi completamente, e ne ho una consapevolezza che mi porta, a volte, a rincrudire nei miei capricci. In questo delicato intersecarsi d’immagini e di maschere, la purezza dello slancio affettivo scala quella commedia imprevista di controsensi e torreggia al di sopra degli equivoci.
La signora dalla schiena nuda non lo sa che è lui quello che impazzisce di gelosia.
Non lo sa che lui è lì, quella notte, solo per controllare i miei movimenti e per ribellarsi alla mia imposizione.
«Non venire stasera» gli avevo comandato «Voglio starmene da sola con Anna».
Lui si era opposto: «E se vengo lo stesso?»
«Non mi stare addosso. Ne abbiamo già parlato. É solo sesso.»
Allora lui aveva tentato una strenua ribellione: «No, tu l’hai deciso!»
«Non importa chi l’ha deciso. Se ti va bene è così. Altrimenti neanche quello.»
 
Lui non ha resistito. Se gli recriminerò qualcosa, si nasconderà come al solito dietro al suo machismo genetico che non può fronteggiare. Non accetta ordini dalle donne. Con tutto il mio anticonformismo e le mie sfumature di femminismo, devo ammettere a malincuore che trovo irresistibile questo suo lato un po’ rètro.
Adesso è lui ad ignorarmi. Prosegue fiducioso la danza mentre la rabbia scalfisce il mio autocontrollo.
Dopo venti minuti si ferma al bordo della pista e dice qualcosa nell’orecchio della ballerina. Cosa le ha detto? Sembrava la promessa di un ritorno. Finge di andare al bar e mi scivola di fianco sorridente, mentre sprizza tutto il suo sole equatoriale, in quella notte di luci artificiali.
 
«Ciao muñequita!»
«Perché mi fai sempre incazzare?» ribatto al volo scrociando le braccia.
Sorride. «Tu eres tremenda. Vado a prendere da bere. Ci vediamo dopo.»
«Dopo è tardi. Scaricala subito!»
«Muñeqa, non sarebbe gentile»
Incrocio di nuovo le braccia e replico: «Allora me ne vado io!»
Che vaneggiamento, i ricatti! Li detesto, ma con lui finisco sempre per servirmene. Lui serafico, chiaroscuro, sempre sorridendo, rimedia:
«No, mi vida. Tu resti qui e io continuo a ballare. Ognuno continua. Come se l’altro non esistesse.»
Nessuno esiste, in questa sala da ballo troppo nostalgica del Caribe, dove il surrogato dell’ansia di vita è solo ebbrezza per troppi bicchieri di rhum, ha ragione lui anche questa volta.
 
Trascorre il tempo lentamente e io non ricevo neanche un invito.
Finalmente lui resta solo e il suo sguardo acquiescente mi riconduce là dove l’ultimo sospiro ci aveva lasciati. É l’impazienza, il tormento dell’incertezza che mi fa esplodere la rabbia e mi rende incapace di controllarla. Detonatore è il mio egoismo e forse qualcosa di più. Un istinto primordiale, ecco cosa mi spinge all’azione: non posso definirlo amore. Almeno, credo. Nelle sere d’incertezza preferisco confonderlo con la sfera dei desideri. Ogni mattina, mi pongo la stessa domanda con la rassegnazione che possiede chi ha scoperto che ogni mondo è paese e che in nessun posto troverà una chiesa migliore, perché ogni sagrato serba gli stessi silenzi e le stesse commemorazioni e allora il dubbio ricomincia.
Allontano i miei occhi da lui e li punto sulla ragazza dalla schiena nuda che si dirige ai bagni. E’ vuota la toilette, siamo io e lei, l’inconsapevolezza e il dubbio. Lei chiusa dentro il gabinetto, io nel vano di fuori ad aspettarla. Sfilo dal concio lo spillone d’argento che aveva tenuto in ordine i capelli e le ciocche mi ricadono sulle spalle alla maniera indisciplinata che conosco bene.
Sento lo scroscio dell’acqua e la chiave che gira: appena apre la porta mi avvento su di lei e la infilzo con la mia arma di vanità, puntando dritto al cuore. E, mentre il sangue caldo comincia a rigarle di bordeaux il vestito nero, sulle ultime note di una salsa colombiana si chiudono i suoi occhi stupiti.
 
bagar